.
 
 

BIOGRAFIA | DISCOGRAFIA | AUDIOGRAFIA | VIDEOGRAFIA | FOTOGRAFIA | BIBLIOGRAFIA


CONCERTI | STAMPA | TESTI | DOWNLOAD | STORE


SOCIAL NETWORKS | DIGITAL STORES | F.A.Q. | BOOKING | CONTATTI | HOME



STAMPA

recensioni

  ■
Vittorio Cane - Vittorio Cane (2005, Innabilis)

    ■ Indie-Pop
    ■ Onda Rock
    ■ Pensiero Stupendo - Rockit
    ■ Pillbox
    ■ Rockit

    ■ Rocklab
    ■ Rumore

    ■ Rumore
    ■ Rumore
    ■ Sodapop
    ■ Torinosette - La Stampa
    ■ Ultrasonica
    ■ Zero

  ■
Vittorio Cane - Secondo (2008, Innabilis / New Model Label - Goodfellas)

    ■ Alias - il manifesto
    ■ Blow Up
    ■ D - la Repubblica
    ■ Fnac
    ■ Freequency
    ■ Fuori dal Mucchio - Il Mucchio Selvaggio
    ■ Gufetto
    ■ Impatto Sonoro
    ■ Indie-Rock
    ■ Kronic
    ■ Lost Highways
    ■ Marie Claire
    ■ Mescalina
    ■ Ondalternativa
    ■ Rockit
    ■ Rockol
    ■ Rumore
    ■ Sound and Silence
    ■ Sugo
    ■ Terapie Musicali
    ■ Vitaminic

  ■
Vittorio Cane - Palazzi (2011, Innabilis / New Model Label - Audioglobe)

    ■ Alias - il manifesto
    ■ Blow Up
    ■ Extra! Music Magazine
    ■ Impatto Sonoro
    ■ Internazionale
    ■ L’isola della musica italiana
    ■ Lost Highways
    ■ MagMusic
    ■ MArteMagazine
    ■ MAT2020
    ■ Mescalina
    ■ News Spettacolo
    ■ Onda Rock
    ■ Rumore
    ■ Salad Days Magazine
    ■ Sentireascoltare
    ■ Shiver
    ■ Terapie Musicali
    ■ The Webzine

  ■
Vittorio Cane - Domingo (2012, Innabilis / New Model Label)

    ■ Zibaldone

interviste


    Artificiale
   
Clap Bands
    Corriere Mercantile
    KULT Underground
    MAT2020
    Newsic

    ■ Radio NUNC



 
Vittorio Cane - Vittorio Cane
(2005, Innabilis)




 ^ Indie-Pop

Claudio Cosimato” non suona in effetti altrettanto bene che “Vittorio Cane”. La domanda che segue sarebbe: e Vittorio Cane come se la cava? Il suo disco omonimo è infilabile sotto la dicitura “Vittorio” o sotto quella più maliziosa di “Cane? Sembra che quelli che abbiano avuto la ventura di imbattersi (per strada) nel Cane abbiano optato senza esitazioni gli uni per l'una, gli altri per l'altra. C'è dunque chi ha invocato l'accalappiacani, chi, dati anche i precedenti nazionali, lo ha invocato Presidente del Consiglio.

Perbacco, io non so esattamente chi sia Claudio Cosimato, e se, come legittimamente qualcuno si chiese “
ci sia o ci faccia”. Del resto si può benissimo fare essendo e essere facendo. E Cane sta proprio lì, a metà strada, fuori della bottega del macellaio, ad attendere il suo ossoBugo. Del resto o Rino o Gaetano (i macellai) spesso gli ammanniscono riferimenti per la digestione.

Lui scodinzola con quell'aria proprio da Cane felice e sforna canzoni che anche Tricarico avrebbe scartato per soverchia ingenuità: “
La musica” non prevede puttane maestre né supplenti, ma cristodiddio, riesce nel compito di farci decidere (dinanzi a un testo abissalmente orribile featuring versi del calibro di “e c'è la musica che mi salva, che mi allontana, che mi emoziona, e c'è la musica, la mia padrona, mi allatta, mi rasserena”) che per esporsi al pubblico con siffatte dichiarazioni bisogna essere un gradino appena oltre la piena facoltà di intendere e di volere. E Cane talvolta ci va con i versi, altre volte con partiture realmente, angosciantemente fuori da ogni grazia di Dio (“Grand Canyon” l'avremmo tollerata soltanto da Captain Beefheart: non v'è al suo interno una nota del cantato in tono con la parte chitarristica). In “Mille” un intero coro, patafisicamente, intona un ritornello senza significato musicale alcuno. L'effetto è straniante ed anche un po' avvilente.

Vabbè, dico, a volere uno potrebbe fare lo schifato e chiudere la recensione qui. Chi ha inciso “
Grand Canyon” e “La musica” non merita niente e ci vediamo al prossimo giro (imminente). Ho il sospetto però che la strategia del Cane sia diversa. Difatti il cane non è sempre uguale a se stesso. E se è vero che sta lì con la lingua di fuori aspettando una carezza e cercando di arpionarti sessualmente la caviglia, è vero anche che ogni tanto abbaia molto forte all'indirizzo dei vicini di casa che rientrano a casa la sera. Insomma serve a qualcosa.

Il nostro cane serve essenzialmente a fare il cane. Con un po' di Ciappi-premio egli sforna un pezzo davvero memorabile come “
Dipendente”. E così sopra una base davvero azzeccata il tono bislacco-canino diviene strampalataggine d'autore, perfetto e amaro Rino Gaetano, un po' malinconico, un po' geniale. Una, dieci, cento “Dipendente”. Scaricatela dal suo sito: è la vetta di un disco rigorosamente pianurale con qualche altra radissima (ma soleggiata) collina, come l'iniziale “Mestiere”.

Ma non crediate che in certe peculiari circostanze questo disco non getti sull'ascoltatore il terribile dubbio che vi sia qualcosa di più all'opera che molta sfrontatezza e poche intuizioni davvero notevoli. Forse basterebbe de-sintonizzarci appena un po', de-regolare i nostri criteri estetici (giust'appena di mezza tacca) e sprofondare nell'accoratezza orgasmica della conclusiva “
Neorealismo”, a metà fra un Vasco Rossi stonato e il Beck di “Sea Change”. Sarebbe un capolavoro? Non saprei, ma non sarebbe poco. Intanto, un anno di galera con il condizionale.



 ^ Onda Rock

Mettiamola così: ascoltate questo disco, almeno una volta. Potreste detestarlo, o al contrario innamorarvene. Il primo impatto non è positivo, tanto che la sensazione di sciatteria è così intensa che ti viene da pensare ad un mero esercizio da dopolavoro, se non al classico spaccone da falò sulla spiaggia, intento a strimpellare quattro idiozie per rimorchiare qualche tipa. Forse. E sì, il Cane potrebbe essere un doppiogiochista, un po’ freak, un po’ figlio di puttana, sincero fino ad un certo punto, pronto ad abbandonare la nave se il tempo volgesse al brutto. Poi analizzi i testi: semplici, che sembrano composti da un bambino a cui è stato rubato il lecca lecca; nenie, girotondi lamenti e prese per il culo. Bugo al confronto è un poeta decadente di fine Ottocento.

Allora? Dove sono i pregi di questo
Vittorio Cane”? Beh, innanzitutto proprio i testi, la cui apparente banalità, come spesso accade, nasconde filosofia di fondo ben definita, o forse un genuino modo d’essere, non mediato da alcuna sovrastruttura socioculturale.

Vittorio Cane sembra vivere completamente fuori dal mondo. Confeziona quadretti di vita quotidiana (la sua), raccontando di piccole grandi sfighe, speranze frustrate, fino a toccare vertici di assoluto onanismo autoflagellatorio in “Speciale”: “perché capita sempre a me di non fare canestro”. Questo è il nuovo blues suburbano (italiano) di inizio millennio. Il blues delle novelle generazioni orfane di grandi ideologie, incapaci di tener testa all’accelerazione culturale della società moderna. Così lascia a bocca aperta la bellissima “La neve sotto il sole”, una manciata di accordi che progrediscono fino sfumare in un anticlimax di assoluta tenerezza.

Ma non fatevi ingannare, il nostro non pare particolarmente incline alle smancerie. Così abbandonano le stramberie sotto forma di cantati stonati alla Bill Callahan (“Grand Canyon”, “La musica”), ed ancora sputacchi sintetici di pop music mutante (“Ti do qualcosa”) talmente involuti da nebulizzare una qualsivoglia ipotesi di retaggio musicale.

A metà tra un vaudeville post-moderno ed un esperire visionario della quotidianità proprio delle psicologie borderline, “Vittorio Cane” è un disco agrodolce, come le cose migliori di Rino Gaetano. Procuratevelo, e potreste ritrovarvi a godere condividendo quei malesseri che attanagliano la nicchia congenitamente emarginata della società italiana.


Antonio Ciarletta



 ^ Pensiero Stupendo - Rockit

Claudio Cosimato è colui che si cela dietro lo pseudonimo di Vittorio Cane. Le sue canzoni hanno uno spirito provocatore, ricordano Rino Gaetano, Celentano o Bugo. Nel 2005 esce il suo primo disco omonimo per l’etichetta Innabilis, il suo nome inizia a circolare tra gli addetti ai lavori ed arrivano le prime recensioni entusiaste. Attualmente è considerato uno dei più interessanti cantautori emergenti.



 ^ Pillbox

Cantautore torinese, menestrello scanzonato e sincero. Ricerca con le sue canzoni degli stati d’animo, delle sensazioni e dei colori raramente esplorati nel mondo musicale contemporaneo. Inizialmente le stecche e gli arrangiamenti un po’ approssimativi, ma dopo qualche ascolto non si riesce a non canticchiare canzoni come “Dipendente”, “Ti do qualcosa” e “Mestiere”. Sincerità rimane comunque l’aggettivo che meglio determina questo album sicuramente poco commerciale, ma molto originale. Sul suo sito si possono trovare molte curiosità sulla produzione artistica di Vittorio e le date dei concerti.



 ^ Rockit

E questo da dove sbuca? Dall’elettronica di City Living, si faceva chiamare The Voices. Poi indietro o avanti di 180 gradi. Ma ci è o ci fa? Vittorio Cane sta sul filo, in bilico tra il manifesto e lo specchio, anche se la generazione che gli è toccata in sorte non stimola voli pindarici.

Più che altro il Cane (all’anagrafe Claudio Cosimato, per chi se lo domandasse) deve capire cosa voler fare: principalmente perché non tutto gli riesce bene. Tipo il blues balzano di
Grand Canyon”, composto per certo in un giorno nato male. O qualche trasandatezza qua e là, nel disco non perfetto di uno che gira con Remo Remotti e che sta preparando un nuovo CD più importante, corredato da video per i quali sta cercando registi.

Però Vittorio azzecca due singoli che cambiano la partita, pieni di ipocondria, antieroismo e poca voglia di uscire. Uno è
Dipendente”, sostiene il confronto con Carboni ma lo si immagina cantato dal Celentano borghese 1980, quello di Soli”; un ritmo low-funky à la Pino D’Angiò sottende il ritornello, distico singhiozzato e ripetuto dal pubblico come una litania, spada di Damocle da non far ascoltare all’amante abbandonato: Pensavo di esserne fuori, da dispiaceri e malumori”. L’altro porta il nome di Mille”, segue immediatamente nella tracklist e vede le stelle: rauco e accentato fin che si vuole, Cane raggiunge lo zenit del cesello sul refrain ma non dimentica un crescendo arioso stile vecchio spot di Natale della Coca-Cola. E inesorabilmente mi ritrovo laggiù, dove non piove e non c’è la tv”: apologo della triste orecchiabilità, tutti assieme appassionatamente.

Il resto scorre privato, tra sprazzi di Gaetano, spritz col primo Vasco, provincia cronica (d’Ivrea, la sua) in un mondo che si lascia andare: destinazione paradiso, già alla prossima fermata?


Enrico Veronese



 ^ Rocklab

Vittorio Cane è un cantautore. Uno di quelli che vuole sorprenderti con le sue canzoni. E ci si trova a porsi la sempre fatidica domanda: “
Ma ci è o ci fa?”. E il torinese va avanti con piccole storielle e piccoli giochi di musica. Alla maniera di un Battisti che fa a botte con Rino Gaetano e Bugo che si mette a fare l’arbitro. O almeno è questo il risultato a cui aspira col suo mondo di simpatiche baracconate e semplici, piccole, spacconate. Con la sua chitarrina, con i suoi suoni e tutto il contorno, con la sua voce stentata, è lì che canta, anche se non lo ascolta nessuno. Perché lui è un piccolo artista. Ma lo è davvero?

Non so voi ma alla frase “
La gallina dov’è, il pollo son io” mi sale una vampata nervosa che nemmeno ad ascoltare i nonsense di Moltheni, ed ho detto tutto (o quasi). Eh già, il limite rimane proprio quello: i pezzi di Vittorio Cane sono canzoni del momento che non si sa totalmente come prendere. Inoltre spesso mi ricorda davvero troppo Bugo, ma rispetto a quest’ultimo gli manca la vera esagerazione, finendo per fare la figura del piccolo personaggio di contorno che non sa come si recita da protagonista, e di questo se ne compiace. Senza che io ne capisca il motivo. Certo, “Il punto” è un ottima canzone e potrebbe rappresentare una luce guida per il futuro, ma ora come ora non ha senso attaccarsi ad una singola traccia quando ce ne sono altre nove attorno. E allora si rimane con quel punto di domanda.

Ma se la smettesse di stonare, di scrivere canzoni minimali (che il banale è lì dietro), se la piantasse di fare il cantautore
loser che però ne sa tanto e si gode i piccoli momenti, se la finisse con tutti questi cliché, alla fine sarebbe migliore? Forse no, forse sì. Probabilmente questa è la sua dimensione ideale. Prendere o lasciare. Io, nel dubbio, lascio.

Paolo Viscardi



 ^ Rumore

Un altro bel fenomeno è il dottor Claudio Cosimato alias Vittorio Cane. Prende per il culo l'universo, questo qui, ma lo fa, talmente bene che uno finisce per credergli pure. Chitarra e voce, un poco sgraziata e stonata sometimes, uno chansonnier più interessante ed evoluto nella sua finta miopia di tanti protointellettuali della seicorde sullo sgabello. L'ironia è un dono divino, come la grazia di tenere in mano il mondo con un sorriso. Le tue canzoni caro Cane, sorridono al mondo, con la grazia disincantata di quello che la sa lunga, ma fa lo scemo per non andare in guerra. Ti ricorda qualcosa se ti dico Rino Gaitano?

Che belle cartoline quelle che mandi dal “Grand Canyon” in un sogno americano all'incontrario, i ritagli quotidiani di “Mille”, i fotogrammi di “Neorealista” con quei cut-up di dirette calcistiche televisive e la rivendicazione al disimpegno del cinema western piuttosto che la posa del neorealismo tout-court, il manifesto nerd di “Speciale”, dove Bugo sembra abitare in un attico in confronto al piatto appartamento sciatto e immobile del nostro.



 ^ Rumore

Claudio Cosimato è l'alter ego di Vittorio Cane. Impossibile considerare la musica dell'uno scorporata dalla personalità disturbata dell'altro.
La creazione di uno pseudonimo che lo affratella ai suoi simili quadrupedi ci presenta un artista proveniente da una Torino obliqua, sotterranea, visionaria e cantautoriale come non ci si sarebbe mai aspettati dalla Motorcity del libro. E dietro di lui si muove un'interessantissima scena subalpina di chansonniers licantropi. Di suo Cane dipinge melodie sguaiate attraverso un'ironia grottesca e surreale, ma riuscita per scelta di calembour e poetica.

Accostarlo a Rino Gaetano, o un Battisti (di cui cita brandelli qui e là), sarebbe come ingabbiarlo in uno stilema gratificante ma parziale. Forse Bersani o Bugo potrebbero riassumere a pieno la cifra stilistica e mentale. Racconta di punti gialli, Grand Canyon e ozio attraverso canzoni dolci e fiabesche, intessute di una malinconia fatta di chitarra e voce smemorate.

Domenico Mungo



 ^ Rumore

È
ormai un habitué di queste sadiche colonne e se due indizi fanno una prova questo è proprio un genio. Ricordo il precedente episodio della sua incontinenza lo-fai e minimalettric a metà fra l’idiozia pura e il guizzo talentuoso. Una volta dei calciatori si diceva genio e sregolatezza per indicare quegli incostanti nel rendimento, irritanti quasi nella loro abulia al gioco collettivo, alla rigida estetica marziale dell’allenamento, della ferrea disciplina tattica, ma capaci di illanguidire in un sorriso di ammirazione la ghigna rabbiosa dell’allenatore e della curva sull’orlo di una crisi di nervi per indolenza reiterata, con una giocata che lascia interdetti. Questo Vittorio Cane affila i tacchetti sul manto erboso, gigioneggia negli spogliatoi, sbadiglia lungo la fascia laterale lisciando passaggi elementari e appoggi da scuola calcio, aspetta il quarto d’ora d’intervallo per masticare il chewingum e bere il tè corretto.

Sgrammaticato ed insolente riduce la migliore tradizione del cantautorato italiano senza rendersi conto che tiene in pugno Rino Gaetano, Battisti, Samuele Bersani e Bugo pronto a sciorinare il gol del secolo dopo aver seminato frotte di difensori avversari e siglando il punto che regala alla sua squadra la salvezza all’ultimo tuffo. Uno sfigato consapevole del suo ruolo fondamentale alla salvezza della società dei consumi.

Poetico e visionario come i cani con gli occhi rossi che guardano da dietro le sbarre di una finestra lo scempio di un quartiere popolare violentato dalle ruspe. Sciogle l’acido delle pareti e lo strofina sulla chitarra. È di Venaria, banlieu torinese, provincia di linea77land con i quali non ha nulla da spartire se non lo stesso autobus per arrivare in centro e comprare un set di corde, un mixer sgangherato, due piatti Technics senza puntine ed i dischi scheggiati della Motown. È un genio, parola di Jimi Jump.

Domenico Mungo



 ^ Sodapop

Bugo vive. E buon per lui. Il fatto è che una domanda sorge spontanea: avevamo bisogno di un Vittorio Cane (all'anagrafe Claudio Cosimato) che è - bestemmia - the new Bugo in town?

Pensateci. La mia risposta è un incurante “importa sega”. No, non datemi dello stronzo prima del tempo. Lo potrete fare, ma almeno aspettate che abbia esposto le mie vaccate. Questo è un tipico e paradigmatico esempio di cantautorato slacker: stonature, chitarre dissonanti, melodie sghembe, testi minimal-intimisti-stradaioli a identificazione rapida per chiunque non appartenga alla tribù del Blasco o del Festivalbar (anche se, a essere maligni, un Cane ben prodotto e ripulito, potrebbe anche non sfigurare nella prossima edizione del festival estivo in questione). La voce è pesantemente accentata, la chitarra si trascina a pizzichi e smozzichi, i pezzi sembrano un unico e perenne (quanto durano?) inno al lamento del giovane di periferia sensibile e un po' sballato. Bene. Do you like this? Io non ci impazisco. Anzi.

Se poi ci aggiungiamo anche le frazioni electro scratch che fanno un po' Subsonica, mi metto le mani sulla testa e fatico a continuare l'ascolto. Per un momento mi chiedo se non sono semplicemente prigioniero del pregiudizio che mi porta a un'equazione tipo: [cantautore minimal x Torino] + [sprazzi elettronici + dance] = orchite. E poi mi rispondo: no. Qui non c'è il rock. Nè nei testi, nè - tantomeno - nella musica.

Questo disco non mi piace e nemmeno mi diverte come il vecchio Bugo (che - diciamolo - rompe i coglioni dopo poco, comunque). Però una cosa me l'ha provocata, 'sto CD: mi ha fatto venire voglia di ascoltarmi i dischi di Enzo Maolucci. Stessa città, qualche anno prima, ma vabbè. Detto fra noi, non mi stupirei se il buon Cane diventasse un fenomeno di culto per le masse di gggiovani un po' alterna. Glielo auguro, perchè deve essere uno piuttosto verace. Ma verace lo sono anche io e dico: no bbbuono.

Andrea Valentini



 ^ Torinosette - La Stampa

Verso la fine del concerto, la nottata piega verso lidi tradizionali, direzione Cafè Liber, dove sta suonando Vittorio Cane, il cantautore è di Torino. Chi mai costui? Purtroppo arrivo alla fine del concerto e riesco solo ad ascoltare tre canzoni. La saletta del Liber piena e la gente canta strofa per strofa. Penso di essermi persa qualcosa. A casa consulto il sito di Vittorio Cane, riascolto tutte le canzoni, controllo le date dei concerti.

Alessandra C



 ^ Ultrasonica

Oibò, qua la cosa si fa difficile. Allora ho visto Vittorio Cane dal vivo di spalla ad un magico Remo Remotti che per forza di cose, con la sola forza della ragione, ha relegato il ruolo di Vittorio a spalla del suo
spoken work. L’apparizione del cantautore torinese tra una lettura ed un monologo ha fatto si che la sua performance rientrasse in un quadro perfettamente studiato per l’occasione. Il mood ubriaco ben si intonava con le battutacce del Mitico. Un corollario perfetto ad una serata perfetta. Con risposta di pubblico accondiscendente e divertito. Ma vai a capire se lo prendevano sul serio o per i fondelli.

Certo Vittorio è tutto meno che un animale da palcoscenico, è un
anti-star per antonomasia. Perfetta icona della persona comune, del tuo vicino di casa, di tutta quella gente che puoi incontrare per strada, dalle mille storie, dai mille volti, dalle mille tragedie. La mia tragedia ora è quella di recensire Vittorio, capitato per caso sul mio cammino e che per una qualche ragione mi ha obbligato a fermarmi e guardarmi intorno. Da una parte viene da incazzarti a sentirlo cantare e, come per quella occasione visto sul palco, la prima cosa che pensi è: Vittorio Cane è proprio un cane. Ma come si fa a cantare così e proporsi ad un pubblico? Meno male che ce sta Remo, altrimenti mio Dio! Poi ascolti le parole e dici: bè non sono però così male questi testi. E allora comincia la tua lotta intestina tra il bene e il male e come per il diavolo e l’angelo che appaiono in una mitica scena di “Animal House”, cominci a restare in bilico senza deciderti e capisci che uno come Vittorio è la classica situazione che da un momento all’altro potrebbe esplodere e calcare i palchi d’Italia oppure sparire nel nulla per tornare da dove è arrivato. Insomma o lo si ama o lo si odia. Non c’è via di mezzo.

La musica sospesa tra un cantautorato d’autore, un folk contaminato da schegge elettroniche, onirico, intimismo demenziale attraversato da scratch che a tratti “ricorda” gli arrangiamenti degli ultimi lavori di Tom Waits (scusa Tom non volevo - Vittorio stai tranquillo) accompagnata dalla chitarra acustica del Nostro, sempre in prima fila e suonata in modo elementare, come per ricordare le radici popolari a cui appartiene. Apparteniamo. In certi momenti vien da pensare che tutto è stato studiato a tavolino. A vederlo e sentirlo non sembrerebbe. Ma il dubbio mi tormenta perché certi elementi mi dicono che non può essere vero. Ai posteri ardua sentenza.



 ^ Zero

Chi è costui? Un alter ego: “
Vittorio per darmi un tono regale, Cane per ritrovarmi ironicamente tra i miei simili”. Parole sue! La domanda rimane. Cantautore torinese poetico e visionario, che ci ricorda tanta gente: Bugo per il presente, Gaetano e Battisti per il passato (mai piaciuto Bersani, quindi non lo cito). Un disco che potete ascoltare e acquistare su internet con canzoni dolci e fiabesche, surreali e malinconiche, ironiche e amare, chitarra e voce prevalentemente. Da solo, su un palco, chitarra a tracolla e testi davanti: “Perché non ho buona memoria”. Parole sue.

Barnaba Ponchielli





Vittorio Cane - Secondo
(2008, Innabilis / New Model Label - Goodfellas)




 ^ Alias - il manifesto

Il nuovo album di Vittorio Cane - vero nome Claudio Cosimato - è meno storto,
lo-fi e surreale del precedente (eponimo, uscito verso la fine del 2005). Il cantautore torinese si sofferma sugli stati d’animo comuni con delicatezza e si mette a nudo on le sue allusioni intime. Tra le righe si respira aria da bancone di bar, si percepisce il potere di seduzione esercitato su Cane dagli ambienti marginali. All’ascoltatore la scelta di prendersi la leggerezza che le canzoni comunque trasmettono o di andare oltre e entrare in questo mondo romanitico. Vittorio Cane tour court è un cantautore pop intimo, ma di certo non di quelli che si rinchiudono 24 ore su 24 nella loro camera/studio. E a rendergli omaggio ci pensa l’intervento finale di Remo Remotti (esilarante quando viene sorpreso nel suo “dietro le quinte”) che lo definisce un poeta.

Luca Gricinella



 ^ Blow Up

Rivelazione sul breve, il torinese prova l'allungo mettendo a frutto una formulazione musicale “studiando flauto alle scuole medie, con scarsi profitti”. In questo disco abbiamo cercato invano la nuova “Dipendente” o la nuova “Mille”, che sono riproposte e spaccano come il primo giorno, ma “Ci proverò” con Mao assolve solo in parte il compito dell'antianthem, così pure “Ti do qualcosa”, mentre “L'ermetico” ha più di un aggancio alla poetica che fu di Luca Carboni. “Domenica” si stacca per il distico “a destra qualcuno che supera, è in ritardo e recupera” ma Fanigiulo è lontano, nei riflussi da scampagnata anni '70. In “Conclusione“ appare pure Remo Remotti, altro “cane da riporto” a far compagnia ai singulti della voce di Vittorio. Troppi singhiozzi per uno che ci sa fare e dal quale ci si aspetta qualcosa di meglio anche sul piano dei testi.

Enrico Veronese



 ^ D - la Repubblica

Vicissitudini semisurreali, confidenze ironiche e un uso solo apparentemente distratto delle parole: Vittorio Cane presenta così, accompagnandosele con la chitarra, le canzoni del nuovo lavoro,
Secondo”. La ruvida semplicità non tragga in inganno: non è un disco condito via in fretta, ma costruito con la pazienza di un artigiano indipendente.

Olga D’Alì



 ^ Fnac

Ok, è tornata la canzone voce e chitarra e di questo siamo molto contenti. Siamo contenti che a Torino, oltre la musica elettronica e i gianduiotti ci siano anche i menestrelli e a questo proposito, parliamo di Vittorio Cane. Appartiene alla scuola degli stonati e quindi al primo ascolto può deludere gli amanti del bel canto ma, se lo si ascolta un po’ (come si fa con Tricarico o Carboni) è come trovare i girasoli tra le erbacce dei campi: scansando il canto scorato, ci fa divertire con “
Ci proverò” cantata con un ispirato Mao, c’incuriosisce con lo strambo e originale uso del coro che ricorda quello buffo di Battisti e con “Domenica” ecco che avremo finalmente una torinese “Domenica bestiale” da cantare in bicicletta sulle rive del Po, invece che sul lago. Ma Vittorio sa fare anche le cose serie: atmosfere veramente particolari che ricordano un po’ il cupo di certa “scuola Radiohead” (“Around” e “Mille”) e due lampi di genietto, due girasoloni: “Quassù” e “Torno su”, di quelle canzoni che, come diceva Vasco “vengono fuori già con le parole”. Vale la pena quindi non fermarsi alla questione del canto anatroccolo (a mia madre ho detto che lo fa apposta e lei - ah sì, ma gli altri lo sanno? -) e gustarsi la semplicità di Vittorio, uno che come dice lui: “ci proverà, serenamente, con tutto quello che posso, sempre” e scusate se è poco.

Daniela R.



 ^ Freequency

Vittorio Cane: sgraziato, stralunato e anche un po’ ruffiano. Eppure, con la sua vena autoriale provocatoria, Vittorio Cane colpisce e, come tutte le cose che contano, rimane impresso. Il nome è anche azzeccato, perché il cantautore torinese come cantante è abbastanza canino, ma sulla distanza il gradevole album “
Secondo” ci presenta un artista autoironico che dal suo “malcantismo” ne fa una posa. Un ruolo cucitosi addosso a pennello, che tra motivi accattivanti quali “Ci proverò” (feat. Mao) e “Torno su”, regala perle di saggezza popolare come: “sai, la tristezza prende di sera”. A conferma di ciò anche gli arrangiamenti sono molto meno ingenui di quanto Vittorio vorrebbe far credere. Ispirato, da tenere d’occhio.

Luca Cacciatore



 ^ Fuori dal Mucchio - Il Mucchio Selvaggio

Personaggio dalla storia musicale già cospicua, con alle spalle alcuni demo, un primo disco omonimo autoprodotto e distribuito – come del resto anche quello che abbiamo tra le mani – principalmente attraverso i canali della rete e, di riflesso, una fiera rivendicazione di autonomia dalle logiche mercantili della musica, Vittorio Cane, pseudonimo del torinese Claudio Cosimato, è un cantautore atipico ma inquadrato per sommi capi in quella dimensione “approssimativa” e stonata che ci ha regalato negli ultimi anni un personaggio come Bugo. In ogni caso le differenze con il novarese ci sono e non sono certamente poche, visto che Cane sembra avvicinarsi di più a figure della nostra storia cantautorale come il primissimo Vasco Rossi e Rino Gaetano, e che il suo tono è più introspettivo. Al di là dell’amicizia con un altro battitore libero come Remo Remotti, che lo ha coinvolto in alcuni spettacoli e che è protagonista della “Conclusione” di questo lavoro, di quella con Mao, seconda voce nel singolo “Ci proverò”, e dei testi che raccontano con stralunata precisione mondi urbani e personali vicende e letture del mondo, spesso ad emergere su tutto è una voce sgraziata che ha senza dubbio una propria valenza poetica ma che a tratti è davvero difficile sostenere. Per chi saprà superare l’ostacolo, questa è la voce di un outsider che merita di essere ascoltato perché ha molte cose da dire, e in una canzone come “Spersi” riesce ad arrivare ben oltre il pubblico affezionato a stranezze ed eccentricità.

Alessandro Besselva Averame



 ^ Gufetto

Il poeta delle cose semplici”, alias Vittorio Cane, uscirà a breve con il suo nuovo lavoro discografico “Secondo”, in cui riflette squarci della vita quotidiana di un trentenne che è travolto da un sentimento di inettitudine nei confronti della propria vita. Attraverso i suoi testi onirici traspare la voglia di farcela e di superare la fragilità umana.

Mao, Remo Remotti, sono solo alcuni dei prestigiosi nomi che hanno contribuito alla buona riuscita dell’ultimo lavoro di Vittorio Cane, artisticamente conosciuto come il “poeta della cose semplici”. Nato e cresciuto musicalmente nella capitale sabauda, la sua arte funge da riflesso ad una generazione di giovani che sempre più lamentano un disagio di base causato dall’inettitudine nei confronti della quotidianità.

Secondo”, questo il nome dell’album (tra l’altro il secondo della sua carriera), è un lavoro che si presta ad un tipo di ascolto riflessivo, gli arrangiamenti emanano una buona dose di serenità, la voce è tesa al limite delle sue possibilità, come se volesse sottolineare lo stato di disagio, i testi sono imputabili in parte ad una mente surrealista, in parte a concetti onirici. La maggior parte dei brani presenti in questo album è una sorta di dialogo interiore che ognuno dovrebbe auspicare, per giungere ad un superiore livello di consapevolezza, come è espresso nel testo di “Torno su”. “È meglio scivolare subito e guardare in alto”, questo il motto di Cane che attraverso il trascorrere della sera sente crescere la tristezza, condizione necessaria per poter tornare su.

Ci proverò” vede la presenza di Mao (Mao e la Rivoluzione), che ha un ruolo fondamentale sia dal punto di vista musicale che da quello riguardante il significato testuale. La canzone può sostituire la quotidiana dose di autostima, dal momento che si ripete un battuta importante, “ci proverò serenamente con tutto quello che posso sempre”. Sicuramente fondamentale è il ruolo assegnato a Mao che funge come una sorta di mèntore, allo stesso modo con cui la coscienza ci parla per far sbloccare le situazioni più critiche; inoltre è importante anche la valenza che il cantante torinese attribuisce all’aspetto musicale, dal momento che la voce di Vittorio Cane, precedentemente portata a toni più aspri, rientra “in carreggiata” con il resto della composizione proprio nel ritornello che la vede protagonista insieme a quella di Mao.

Per restare in sintonia con l’idea di uscire fuori da una situazione sconveniente, il testo di “Domenica” è sicuramente molto mirato: la noia che assale alcuni momenti della giornata fa sembrare come se si vivesse sempre nello stesso giorno, ci porta a non distinguere in che mondo esistiamo, come se tutto si ripetesse periodicamente, senza fine e diversificazione. Sono solo in pochi che si accorgono della monotonia ed allora cercano di superarla, anche se in ritardo, ma con l’idea di recuperare.

In contrasto con l’idea di rinascita presente in alcuni brani, è però anche ampiamente analizzata l’idea di consapevolezza della fragilità umana. Difatti se da un lato Vittorio Cane predica l’importanza di provarci sempre, in altri brani come “Dipendente”, “Cascafaccia” e “Mille” rivela invece molto probabilmente la sua vera personalità, quella forse caratterizzante un po’ tutti gli artisti. Questo concetto di finitezza che non lo abbandona mai, reso ancora più tangibile dai suoni utilizzati che sembrano non completamente in armonia tra loro, accompagnati anche dalla sua voce che sembra uscire fuori dalla composizione.

Molto valido, quindi, il nome con cui lo si riconosce, cioè il “poeta delle cose semplici”, perché è vero che sotto di esse si celano le grandi verità; ma soprattutto molto indicato il titolo di “poeta”, perché attraverso i suoi versi, che in un primo momento possono apparire poco facilmente decifrabili, si celano della piccole verità; bravo anche nel modo in cui utilizza il lessico, dal momento che, tramite le sue parole, nella mente si aprono dei suggestivi quadri con immagini della vita urbana dei nostri giorni.

Sara Valentino




 ^ Impatto Sonoro

Questo Vittorio Cane è veramente una gatta da pelare. Ho dovuto ascoltare l’album “Secondo” più volte per poter scrivere qualche parola a riguardo.

Particolare è particolare. I riferimenti di un certo tipo di cantautori sono sempre quelli: Bugo, Rino Gaetano, Battisti.
E quello che colpisce di più è il timbro vocale. Riconoscibilissimo. E questo un grande punto a suo favore. Stonato? Forse, ma è una stonatura sfruttata a fini espressivi.

Qualche volte richiede qualche sforzo stoico, ma il cantautore in questione ha una poetica valida e il suo modo di cantare è perfettamente in linea con i testi, altamente stralunati e vagamente non-sense.

Arrangiamenti minimali, con una chitarra sempre presente come accompagnamento alla voce. Loop sintetici di batteria, contrappunti svolazzanti e un impasto sonoro degno del disco lo-fi più ben fatto.

La battuta più scontata che si potrebbe fare sarebbe: Vittorio, sei un cane! Ma non è così, questo cantautore ha il suo perché e anche la mimica facciale sfoggiata nei videoclip (alcuni in rotazione su importanti network televisivi), è perfettamente in linea con l’intero progetto.

Giovanni D'Iapico



 ^ Indie-Rock

Si fa fatica a non affezionarsi alle piccole intuizioni candide, alla trasandatezza giocosa e un po’ amara che le canzoni di Vittorio Cane sanno esprimere”.

PROTAGONISTI: Vittorio Cane (voce, chitarra), Paolo Spaccamonti (chitarre, farfisa), Stefano Roman (campionamenti, synth), Stefano Danusso (basso), Valter Piatesi (batteria), Simona Palumbo e Giulia Carnevali (cori).

SEGNI PARTICOLARI: dietro lo pseudonimo indubbiamente azzeccato, riflesso di una volontà di identificazione che è campanilistica (“Vittorio, come il Re”) ma anche artistica (“Cane, per ritrovarmi ironicamente tra i miei simili”), si cela il 34enne Claudio Cosimato, anomalo songwriter proveniente dall’hinterland torinese e celebrato nel capoluogo piemontese come una piccola icona alternativa, lontana dal grande circo delle feste olimpiche eppure opening act per Moltheni, gli Arab Strap (!) ed altri. Appena tre anni fa, l’esordio “Vittorio Cane” fece parlare di sé quasi esclusivamente agli addetti ai lavori, dividendo la critica in maniera netta tra una schiera di detrattori, inorriditi per la qualità non proprio cristallina di alcune composizioni, ed un manipolo di entusiasti adoratori, forse un po’ troppo avventati nel pronunciare la parola “genio” con non poca leggerezza. Piaccia o meno, tutti coloro che hanno ascoltato quel disco si sono posti l’inevitabile domanda “Ma questo ci fa o ci è?”, facendo poi pendere l’ago del giudizio personale ora nell’una, ora nell’altra direzione, e riconoscendo di conseguenza nella scaltra insolenza oppure nella sincerità l’indubbia cifra espressiva di questo musicista. Chi scrive qui propende decisamente per la seconda opzione e per il correlato universo di significati e valori.

INGREDIENTI: “Ci sono persone che cambiano e persone che cambiano il mondo”, recita l’incipit nell’“Introduzione”. Inevitabile che il piccolo Vittorio Cane rientri in entrambe le definizioni soltanto in termini infinitesimi. Rispetto all’esordio lo spostamento è quasi impercettibile e limitato all’umore del bislacco menestrello, almeno apparentemente più sereno nelle nuove creazioni rispetto alle vecchie. C’è una premessa obbligatoria per tutti coloro che non lo conoscono: difficile che l’impatto con Cane sia positivo, solitamente risulta straniante se non sconcertante. Naturale, è effetto della non-abitudine ad ascoltare musicisti tanto “off”, per cui la prima impressione è di sciatta e svaccatissima amatorialità. Il consiglio è di non fermarsi al primo ascolto e approfondire, perché Vittorio Cane sembra conoscere bene i trucchi per farsi apprezzare da chi è ben disposto nei suoi confronti. Il genere è un indie-folk intimista, aperto a contaminazioni sintetiche e alquanto sghembo, che rientra perfettamente nei canoni del cantautorato slacker: voce stentata, melodie sbilenche, chitarre fragili e dissonanti, testi minimali, arrangiamenti spesso approssimativi e stile orgogliosamente “in bassa fedeltà”, cui si aggiunge un piacevole gusto ludico per lo scherzo (i non rari cut-up radiofonici, per esempio). Dietro i facili cliché è però possibile recuperare le tracce di una vena genuina, basta ridefinire i propri criteri estetici secondo una scala diversa: impossibile allora non riconoscere in “Mille” o “Cascafaccia” i segni di un’assoluta spontaneità di cuore che non è artefatta o mediata. In tal senso i possibili riferimenti sono numerosi, da Gaetano a Bersani, da Celentano a Tricarico, sicuramente gratificanti per quanto parziali. Lo spirito artistico più affine è senza dubbio Bugo, anche se il novarese è più smaliziato e disposto a buttare in burla i propri sentimenti. “Secondo” non nasconde la propria scanzonatura poetica e visionaria, una grazia ingenua ed un istinto pop sguaiato e surreale: i difetti sono evidenti ma l’album gioca a carte scoperte, sapendo di poter coinvolgere con altri mezzi. Prendendo confidenza si fa fatica a non affezionarsi alle piccole intuizioni candide, alla trasandatezza giocosa e un po’ amara che le canzoni di Vittorio Cane sanno esprimere: a conti fatti le parole di Remo Remotti nel suo cameo finale non sembrano esagerate e hanno tutto il sapore di un’investitura.

DENSITÀ DI QUALITÀ: Vittorio incarna perfettamente l’icona dell’antidivo, della persona comune, proponendo con ostinazione la sua poetica del piccolo e del semplice a partire dall’io narrante autobiografico, riflesso del giovane di periferia sensibile e un po’ sbiellato alle prese con un mondo contorto, spersonalizzato, di difficile comprensibilità. In “Ci proverò”, cantata insieme a Mao, Cane scrive il proprio manifesto estetico e riesce a parlare di contemporaneità con una voce nella quale ci si può riconoscere. Lo stesso vale per la dolce-amara “Domenica”, un brano che presumibilmente allude alla disoccupazione e all’Italia di questi anni duri. Quelli di “Secondo” sono quadretti che raccontano di innocue fobie, ipocondria, anti-eroismo ma anche di volontà di riscatto, di quotidianità vissuta ai margini, con uno sguardo secondario e non privilegiato che fa tenerezza. “Spersi” trasmette bene il senso di disorientamento umano e emotivo. Il suo testo, come gli altri, è di una semplicità disarmante. Nell’apparente banalità è custodita però la natura autentica dell’autore, il suo - fanciullino - pascoliano svincolato da qualsivoglia sovrastruttura ideologica o orpello socioculturale, sicuramente una delle più lodevoli qualità del disco: la riprova che a volte un po’ di sano disimpegno (“Quassù”, “Torno su”) non guasta affatto, anzi. L’atteggiamento romantico del contemplativo alla Buster Keaton o alla Forrest Gump (“L’ermetico”) è l’arma vincente di un cantautore che sa trasformare i propri difetti (strofe scombinate, stonature, imperizie e sgrammaticature) in elementi di un più complesso corredo identitario, quindi in punti di forza. Tra le perle citiamo un bel pezzo dal sapore autunnale che evoca Battisti (“Around”) oltre ad un paio di canzoni d’amore riprese dal primo album, una deliziosa e orecchiabilissima (“Ti do qualcosa”), l’altra paradigmatica nel tratteggiare il classico perdente ‘non di lusso’ (“Dipendente”), apprezzabile soprattutto per l’assenza di retorica e pose forzate. Nota di merito per “Ci credo ancora”, brano molto arruffato, contraddittorio, con un cantato non sempre in tono con la parte chitarristica, eppure aperto a risvolti non privi di fascino (tra cori e inserti electro-scratch) e indice di una sensibilità che non lascia indifferenti.

VELOCITÀ: un’ottima descrizione della velocità di “Secondo” l’ha data lo stesso Cane parlando di sé in un’intervista: “Siamo nati per vivere tranquilli e per camminare, e ci troviamo qui a correre. Voglio semplicemente camminare e guardarmi attorno”.

IL TESTO: “Organizzo la mia squadra, lanci lunghi e correre, e sono confuso, ma il mondo sorride”, da “Ci credo ancora”.

LA DICHIARAZIONE: da Lost Highways: “I live mi divertono, e rimangono molto differenti dalle registrazioni dove invece c'è la riflessione e lo studio. Il live mi piace così, a caso interrompere le canzoni se le trovo lunghe, sentire la gente che canta e lasciar fare a loro”.

Stefano Ferreri




 ^ Kronic

Bellissimi deliri in salsa lo-fi. È un cantautorato “sgangherato”, quello di Vittorio Cane. Guai però a soffermarsi soltanto sull’apparenza, perché dietro una voce sgraziata, al limite dello stonato, c’è sostanza, ci sono canzoni accattivanti, originali, che richiamano alla mente il primo Vasco Rossi, Rino Gaetano, Lucio Battisti.

Secondo” è un disco che fotografa l’universo quotidiano di un artista che non cerca ardite costruzioni musicali, ma si limita a vestire i testi con l’essenzialità della “bassa fedeltà”. Quasi tutti i quindici brani hanno un’ottima fruibilità pop, forti di ritornelli che restano in testa abbastanza facilmente. Ottimo anche l’uso dei cori, capaci di dare una marcia in più a tante canzoni, fra cui la meravigliosa “Dipendente”. Nel disco c’è spazio anche per alcuni ospiti: a Mao (quella della Rivoluzione) il compito di aprire il CD, mentre la chiusura è affidata al divino Remo Remotti, poeta bizzarro e geniale, che conclude a modo suo il lavoro.

Si arriva alla fine del disco con la certezza di non aver sprecato il proprio tempo. Forse - se proprio vogliamo essere puntigliosi - qualche brano in meno avrebbe dato all’intero lavoro un'omogeneità migliore, ma va bene uguale.


Francesco Casuscelli



 ^ L'Eco di Bergamo

Nel variegato mondo della canzone d'autore, Vittorio Cane occupa un piccolo posto, dalla parte degli “sgarbati”: quelli che hanno una voce sghemba, ma raccontano storie che val la pena d'incontrare. Vittorio sembra persino stonato, ha un cantato sgraziato e anche per questo arriva a segno. Dopo aver ascoltato una sua canzone difficilmente te la dimentichi. Gli ascendenti non mancano: Vasco Rossi, Rino Gaetano, Tricarico, più alla lontana Piero Ciampi. Ma Cane viaggia in un suo mondo, a tratti surreale, abitato da pochi accordi e parole messe in fila da una vocalità stentata. Le canzoni? “
Ci proverò” apre il disco con disarmante innocenza, mentre “Torno su” mette in campo un suo straordinario romanticismo.



 ^ Lost Highways

Il potere più grande che conferisco alla musica è la sua capacità unica di risvegliare l’immaginazione per condurti in mondi surreali e diversi da quello che si para normalmente davanti ai tuoi occhi. Ascoltando questo disco mi sono ritrovata a camminare per chilometri e chilometri in paesi di un’epoca lontana, abitati da personaggi romanzati. Mentre camminavo, la sensazione di una voce dietro di me. La musica che riempiva la mia stanza si manifestava sotto forma di un menestrello d’altri tempi che alle mie spalle, lentamente, seguiva il mio cammino. Questo è Vittorio Cane, pseudonimo del torinese Claudio Cosimato, trentaquattrenne cantautore alle prese con il suo secondo disco, dall’esplicito titolo Secondo. Cantautore o cantastorie, Vittorio Cane, ha un approccio del tutto personale alla sua musica. Trascende i generi, unendoli e superandoli, non riuscendo però a creare un filo conduttore nella trama dei 15 brani che formano la tracklist. A tratti geniale, a tratti confuso. La troppa originalità non sempre premia e il rischio è quello di sforare nel non senso. Ad una scrittura non molto incisiva fa eco un cantato poco accattivante: questa è la forza di alcuni pezzi più riusciti come Ci proverò, Torno su e Dipendente, ma diventa l’estrema debolezza di tracce come Cascafaccia, Mille e Ci credo ancora. Il disco ben risponde a tutte le sfumature della civiltà urbana che l’autore prova a rappresentare e che fa da sfondo anche nei brani più introspettivi. Secondo è un album dalle grandi collaborazioni: oltre alla presenza di Mao e Remo Remotti, da sottolineare le collaborazioni strumentali di Paolo Spaccamonti e Stefano Danusso su tutti, rispettivamente alla chitarra acustica e al basso. Nel complesso un disco curioso e impertinente, che dividerà nettamente la critica, così come già aveva fatto il precedente.

Valentina Colaianni



 ^ Marie Claire

Una voce inconfondibile, volutamente sgangherata, che canta storie surreali e fa venire in mente Rino Gaetano (ma anche il malinconico e rabbioso Piero Ciampi). Da scoprire.

Alba Solaro



 ^ Mescalina

Un nuovo cantautore si affaccia sulla piazza dell’interesse musicale e credo che, per il taglio trasversale della sua personalità onirico-sbilenca out-mainstream unito a un raccontare schegge di vita, fuoricentro, che battagliano tra la messa a fuoco e il nitido come dopo una nottata avvinazzata a go go, quanto prima ne sentiremo parlare ovunque. Un’insidiosa spina sul costato del Bugo Bugatti
nostrum? Può anche darsi, gli assi ci sono, e come dice il saggio “due pazzi aiutano meglio di uno a vedere la normalità dell’anormale”.

Secondo” è il nuovo lavoro di Claudio Cosimato alias Vittorio Cane, torinese, trentaquattrenne, poeta urbanizzato sulle scoordinate direttrici rimbalzanti del “tocco e non tocco terra”, ed è un disco che ti prende sottogamba, apparentemente innocuo, sconclusionato; si ha giusto il tempo di realizzare che già ti ha sollevato dall’impegno di pensare i pensieri portandoti a galleggiare tra sue storie verticali; storie, ballate stazzonate, spettinate, senza piega, stonate e scucite nelle vittorie e disfatte di amori e vicissitudini che vivono a un metro, nel centro, di sbieco, di una luna dalle forme incerte, naïf.

L’artista Cane – da non confondere per detrazione di giudizio – si rapporta con la musica, la sua musica, con la presa della svogliatezza e del distacco, come incontrarlo di notte lungo un cavalcavia di una qualsiasi città e ti comincia a raccontare le sue sfighe urbane e insonnie sentimentali. Tra
cut-up televisivi-radiofonici e scratch minimali, spennate di chitarra acustica indolente “Ci proverò” - in cui si evidenzia la presenza di Mao alla seconda voce -, e un cantato sbronzo “Cascafaccia”, prende il via questo disco rallentato come uno slow-movie confidenziale, sgrammaticamente grezzo e pulito, farcito di liriche distratte e alcoliche profondamente godibili. Un pop cantautorale strascicato e una vena anti-star rappresentano la cifra stilistica del nostro Vittorio che non si nasconde dietro empirismi produttivi o smancerie nicchianti; semplicemente canta, stona, fa confusione, ma si fa ascoltare per le verità individuali che incolla nelle sue note: bellissime sono le ballate “Mille”, “Spersi”, “Around”, oppure il soft dnb’ legato al melodico corale di “Ci credo ancora” come il funk sottotono di “Ti do qualcosa”.

In fondo al disco c’è un formidabile “effetto speciale” (“
Conclusione”) senza elettricità, ma che dà la scossa, la botta finale all’intero lotto, la voce alticcia del poeta, drammaturgo e attore Remo Remotti che presentandosi dice: “Grande amico di Vittorio Cane, siamo due cani, due cani da riporto, due cani da caccia, due cani da lecco, come vogliamo chiamare, due cani. E abbiamo in comune tante cose, non solo il fatto di essere cani, ma anche il fatto di essere poeti, cantanti, e soprattutto il fatto di essere nati tutti e due il 16 novembre, siamo due scorpioni. Bravo questo poeta, questo questo vittorio, questo amichetto mio, pieno di poesie, piene di bella musica, piene di cose intelligenti, di cose dette col cuore con l'anima, siamo fatti così, andremo insieme a ricevere, il premio nobel quanto prima, in quanto poeti animatori, di cose belle intelligenti e passionali. un bacio a tutti fratelli. Ce la faccio a tornà a casa da solo?”.

Credo di non sbagliarmi, sono sicuro che di Vittorio Cane, artista randagio, ma con un accenno di pedigree nascosto da qualche parte, ne sentiremo ancora parlare.

Massimo Sannella



 ^ Ondalternativa

Come il titolo stesso indica “Secondo” è il secondo lavoro di Vittorio Cane, pseudonimo sotto il quale si nasconde Claudio Cosimato, che io definirei un poeta surreale che ci regala perle di realtà in forme semplici ma mai banali, attraverso ritornelli che rimangono subito in testa (provare per credere ad ascoltare “Domenica”).

Vittorio Cane è un cantautore di quelli che sanno usare le parole come una forma d’arte, a tratti forse in modo anche troppo geniale, il che gli fa rischiare di non essere capito e di risultare ad alcuni ascoltatori superficiali sconclusionato. Chi si mette in ascolto di questo lavoro deve cercare di entrare in una dimensione onirica con i pensieri, “pensare in versi, e non c’è niente da cambiare” come dice il testo di “Spersi”. Solo così si può capire tutta la complessità nascosta sotto un’apparenza pop.

Entrando a parlare più specificamente dei singoli pezzi, dopo un’introduzione che vuole immetterci nel mondo privo di schemi del cantautore torinese, ci accoglie subito la coinvolgente chitarra del singolo “Ci proverò”, che tende subito a rimanere nella testa dell’ascoltatore per la sua semplicità musicale e testuale. “Ci proverò, serenamente, con tutto quello che posso, sempre” recita il ritornello, impreziosito dalla voce di Mao (quello di Rivoluzione): il pezzo sembra essere proprio il manifesto poetico dell’artista.

Segue poi la terza traccia “Cascafaccia”, che ricorda un po’ il Vasco Rossi di “Bollicine”, fatte le debite proporzioni e che sorprende per il cambio di ritmo centrale, di pochi secondi, che porta il brano verso un finale dal ritmo quasi ipnotico, spezzato dalla voce metallica di un TG sul traffico.

Torno su” è un pezzo che personalmente ho trovato di estrema dolcezza, che descrive la figura di un uomo a cui il mondo sta cambiando intorno e non riesce a trovarne un senso. Ottimo l’uso dei cori, che sicuramente fanno sì che il brano crei attorno a se un’atmosfera di smarrimento.

Ecco che poi ci stupisce il basso di “Domenica”, che con il suo suono permea tutto il brano, che viene reso ritmato e godibile anche dalla presenza di tromba e flauto: fin dal primo ascolto si capiscono le potenzialità radiofoniche del brano.

Dipendente” è personalmente il brano che preferisco in tutto il disco, iniziato da uno scratch di stampo hip-hop si snoda poi lungo un ritmo tipicamente cantautoriale in cui ancora è la tastiera a spadroneggiare, con un testo in cui il protagonista si scopre ancora dipendente dai sentimenti e dalle abitudini piacevoli che essi provocano “Pensavo di esserne fuori, da dispiaceri e malumori, di amore e non amore, e invece sono un dipendente”. Il finale è ancora arricchito da un coro, elemento che crea nuovamente una giusta alchimia, come già in precedenza.

Mille” è un pezzo in cui è ancora la chitarra acustica a dominare, con i suoi echi di classica malinconia; il testo è ancora la conferma della surrealità del cantautore torinese: “Ultimamente spesso, mi abbandona il cervello, nuovi medicinali, accumulati scaffali. La gallina dov’è? Il pollo son io”.

Come stessimo assistendo ad una pièce teatrale ecco l’“Intervallo”, pezzo acustico di sola chitarra che serve per donare un po’ di quiete allo “spettatore”, prima della nuova immersione nella poetica di “Ci credo ancora”, pezzo dal ritmo hip-hop in cui lo scratch fa da sottofondo ad un Vittorio Cane che si esprime anche attraverso metafore calcistiche “Organizzo la mia squadra, lanci lunghi e correre”. Ho trovato che questo pezzo stonasse un po’ nell’insieme di un lavoro che aveva le potenzialità per risultare più omogeneo; così come sembra un po’ fuori dall’insieme compatto dell’album “Ti do qualcosa”, le cui sonorità risultano un po’ confuse.

Spersi”, come detto sopra è, a mio avviso, l’indicazione della predisposizione mentale con cui l’ascoltatore deve “immagazzinare” questo CD, la novità di Vittorio Cane.

Quassù” è ancora una volta apprezzabile per l’ottimo uso dei cori che sorreggono la voce a tratti sgraziata ma efficace di Cane.

L’ermetico” è un ritratto che l’autore sembra dare di se stesso, sapendo che ad un primo ascolto può risultare un po’ “instabile”.

Infine “Around”, pezzo costruito su un paio di semplici accordi chitarristici e accompagnato da un testo irreale che si scioglie nel ritornello, una riflessione sullo scorrere del tempo e di come sia futile tenerne conto e si debba solo viverlo "E capire che, se tutto era previsto, a calcolare il tempo, poi resta inutile”. Ironicamente sul finale del brano si sentono una sveglia suonare ed il TG meteo.

La “Conclusione” è affidata alla genialità ed alla bizzarria di Remo Remotti, che in poche semplici e simpatiche parole descrive la figura di Vittorio Cane come meglio non si potrebbe. Remo e Vittorio, due poeti surreali.


Alessio Gallorini



 ^ Rockit

Vittorio Cane non è un genio. Non rientra tra quelli che, nonostante le scarse risorse a disposizione, riescono a produrre ottimi lavori.
Secondo è un album a bassa fedeltà. Lui è stonato e gli arrangiamenti sono volutamente scarni senza però ottenere quell'essenzialità che tutti cercano – e pochi trovano – quando si tenta un approccio lo-fi. E le poche parentesi rap che si concede non fanno che appesantire ulteriormente una tracklist di per sé troppo lunga (molti dei 15 brani presenti potevano essere tralasciati).

Ci sono piccoli momenti di surrealismo dolce e malinconico come
Domenica ("Oggi è ancora domenica, son sette giorni che è domenica") o Torno su. Se facesse cantare Dipendente a Moltheni il risultato potrebbe essere sconvolgente. E forse è questo il vero problema: è un bravo songwriter ma un pessimo interprete e un produttore di dubbio talento. Ci crede. Ci mette impegno e devozione - e lo ammiro per questo – e dal vivo riesce anche a farti sorridere. Ma a Secondo mancano tante cose per essere un bel disco.

Sandro Giorello



 ^ Rockol

Sarebbe banale fare giochi di parole con il cognome del nostro artista. Scontato, forse, ma di gran lunga irresistibile. Se è per questo, è difficile resistere anche ai versi che scrive e al modo in cui li canta. Vittorio Cane nasce e cresce a Torino. Accantonato il flauto delle medie, il suo primo approccio con la chitarra avviene all’età di sedici anni. Esordisce tempo dopo, nel 2000, con un primo disco autoprodotto. Oggi, nel 2008, ha alle spalle la raccolta “In Aller Freundschaft” (City Living) e l’album eponimo “Vittorio Cane”, pubblicato tre anni fa dalla Innabilis produzioni. A giugno uscirà finalmente il suo nuovo disco, “Secondo”, arricchito da collaborazioni degne di nota a partire da quella con il compaesano Mao (con cui duetta nella bellissima “Ci proverò”, scelta come primo singolo), fino ad arrivare a quella con Remo Remotti.

Le canzoni di Cane sono senza pretese. Sembrano messe lì, suonate e cantate a presa diretta, buona la prima. E se l’ascoltatore questa cosa riesce a percepirla e ad apprezzarla (sfido chiunque a non riuscirci), il gioco è fatto. Succede così che i nuovi “Ci proverò” e “Dipendente”, e i più datati “Mestiere”, “La neve sotto il sole”, e “Neorealista” - tutti brani ascoltabili sul suo MySpace - diventano una dolce scoperta di cui non si può fare a meno di parlare. Poi, come è normale che sia, ci si lascia affascinare più da un brano che da un altro: “Domenica” (“Oggi è ancora domenica, e son tre giorni che è domenica” ed infine, “Ma oggi è ancora domenica, son quasi un anno che è domenica”) e “Ci proverò” sono due canzoni immediate ed oneste, canzoni che arrivano subito dritte in testa e lì ci rimangono.


Daniela Calvi



 ^ Rumore

Annunciato a gran voce dal singolo Ci proverò, sostenuto e suffragato dal video su MTV con il conducator e mecenate Mao, ecco a miracol mostrare il Secondo, di nome e di fatto, lavoro di quel cantastorie surreale che si appella Vittorio Cane da Torino. Capofila di una scuola sabauda che annovera tra gli altri artisti del calibro di Deian, Antimusica, Spaccamonti e Amen, aspirando ad un ruolo di archetipo nazionale, Cane riscrive in questo secondo disco gli obbiettivi della sua produzione artistica di cantastorie surreale, approfondendone i temi. Come un menestrello contemporaneo sguaiato e sopra le righe, coadiuvato da un enseble di musicisti di caratura (Danusso e Spaccamonti in particolare) disegna i suoi haiku metropolitani a metà fra un moderno Marcovaldo e un figlio adottivo e disincantato di Remo Remotti. L’esordio di due anni or sono ne aveva segnalato ai più le potenzialità e questo secondo capitolo le conferma attraverso 13 poesie musicate, impreziosite dal cameo di Remotti stesso, che in conclusione enumera ciò che Vittorio è: un poeta delle cose semplici. Come un cane che zampetta sul ciglio della strada, con in bocca una penna d’avorio e un pentagramma di seta.

Domenico Mungo



 ^ Sound and Silence

Puntiamo le orecchie su Vittorio Cane a molti mesi dalla sua prima mezza epifania sul web: roba che pare quasi di sentire le rotelle della storia mentre arrancano nel passaggio dall'epoca delle cassette a quella del computer. Ora bisogna provare a mettere insieme i pezzi. Vittorio Cane, “cantautore” torinese tra virgolette, è Claudio Cosimato. Bugo il primo termine di paragone, forse giusto per pigrizia, ché senza dubbio in giro c'è tutta una schiera di
songwriters off (e off-off) allegramente candidi, in vena di raccontare il proprio mestiere e introdurre al proprio mondo “così contorto”, come dice Vittorio.

Strano, visto che in questo suo debutto la natura della canzone (e, prima ancora, dell'intero progetto del disco) è materia descrittiva al grado zero: più prossima al “
Ciao mamma” che alla metafora crepuscolare di Guccini, per intenderci. La voce, da sola, non si basta; ma ipnotizza, questo sì, Cat Power-osa (primi periodi, si capisce. È come quel vecchio disco con le voci raddoppiate per tentare di coprire le stonature: non ci riusciva nemmeno lei) fino al parlato (“Un punto”); le chitarre sono suonate male ma stratificate bene e circonfuse di sample e riff a casaccio quanto basta. Tanto c'è la musica che lo salva, che lo allontana, che lo emoziona. Un po' di pezzi. Si ricorda benissimo - appunto - “La musica”, che fa lo stesso effetto di entrare in una stanzetta del 1999 con un CD (masterizzato) dei Folk Implosion che gira e il sole che cala sull'orizzonte. Di “Speciale” e “Grand Canyon” forse abbiam meno bisogno, vuoi per la teoria degli accenti messi male, vuoi per il vezzo delle strofe scombinate, eccetera. Idem per “Dipendente”, giusto un po' più corale e in odor di Vasco Rossi (sì!); ma chissà poi se patisce davver (“Mille”) o se fa per finta. “Ti do qualcosa”, dice lui, e porge poche rime e una buffa sezione di archi e ottoni mimati col synth prima di chiudere con “Neorealista”, natura morta con febbre che scende, outtake di Syd Barrett e batteria elettronica. A suo modo inquietante. E ora? Pare che sia in preparazione un nuovo disco, mentre questo è in distribuzione gratuita con licenza Creative Commons sul sito di Vittorio. Nel frattempo qualcuno farà di tutto per immobilizzarlo sul seggiolone del cantante stupidotto e surreale per forza, ma c'è da farci i conti. E poi le cronache ci raccontano che sotto certe imperizie, spesso, si nascondono le verità più vere. Morto un Bugo, si diceva, se ne fa un altro? Probabilmente no. Però il ragazzo gioca bene.

Lorenzo Maffucci



 ^ Sugo

È il musicista più anti-convenzionale dell’underground torinese. Ha un cognome che nessuno facendo il suo mestiere vorrebbe ritrovarsi. Ma è raro vedere un artista seguito dall’affetto di un così vasto suolo di aficionados. Vittorio Cane è uno chansonnier piovuto dalla luna, a metà strada tra Felix the Cat e Lucio Battisti delle periferie. Approdando al suo secondo album, non se l’è sentita di trovargli un vero titolo e come nelle famiglie di una volta l’ha chiamato “Secondo”. Semplicemente. Perché questa è un po’ la sua attitudine cioè l’estrema naturalezza in tutto, dalla composizione all’interpretazione. Non racconta grandi storie, ma situazioni minimaliste. Ai suoi concerti si resta intrappolati tra mille sensazioni: inizialmente si può rimanere colpiti da una stonatura, per poi incantarsi sulla poesia di un verso. Salvo ritornare a terra grazie ad una risata su frasi come “La gallina dov’è? Il pollo son io”.

Fabrizio Vespa



 ^ Terapie Musicali

A volte prendiamo un abbaglio. Fastidioso, inopportuno, accecante. Proprio così ci apparvero gli istanti iniziali dell'esibizione surreale di uno sconosciuto e stralunato Vittorio Cane a cui assistemmo, in apertura al redivivo Edda, una sera d'inverno di qualche anno fa, con un bel -2 fuori all'aperto e una birra ghiacciata in mano. Fortunatamente l'abbaglio di cui sopra dura giusto lo spazio di un secondo per cui, poco dopo, la vista torna lucida e la mente cancella l'attimo di smarrimento. Allo stesso modo accadde quella sera a chi scrive queste righe. I primi minuti di smarrimento lasciarono infatti spazio ad una maggiore concentrazione che permise se non la comprensione totale dei brani proposti, un “retrogusto” dolce, che invogliava ad approfondire quanto i nostri occhi avevano visto e le nostre orecchie udito. Recuperare il CD è stato così d'obbligo. Quello tra le mani è proprio il “Secondo” album rilasciato da Vittorio dopo l'esordio omonimo di tre anni prima; come suona? Suona pop; non convenzionale, ma pur sempre pop.

Arriva da Torino Vittorio, e con sè porta la lezione di un cantautorato tanto disincantato quanto ironico, ingrigito forse un poco dallo smog sabaudo, eppure brillante e scanzonato che molto deve al migliore Rino Gaetano e al Vasco Rossi prima maniera per mood e passionalità, seppur su toni meno accesi. Il singolo “Domenica”, con le sue noie quotidiane e l'onnipresente farfisa, è un ottimo esempio di quanto appena detto, condito da una leggerezza di fondo che non guasta mai e che animerà tutto il lavoro. Anche gli episodi più confidenziali come “Dipendente” che, dopo una intro scratchata, viaggia col suo basso funk sui binari tracciati dal Battisti di fine anni '70 e il Bugo di mezzo non ancora contaminato dal rock e dalla dance, beneficiano infatti di questa apparente indolenza. Ottimo il duetto con Mao (sì, quello della Rivoluzione) in “Ci proverò”, ballata estremamente catchy, difficile da disimparare e anzi, già pronta per essere cantata in compagnia su qualche fantomatica spiaggia caraibica o, più realisticamente, nel retro di qualche furgoncino. Le stonature vocali di “Cascafaccia” e “L'ermetico” (quest'ultima omaggio a Luca Carboni? Pare di sì) fanno a tutta prima storcere il naso, e non solo ai puristi del bel canto; ma è ancora una volta questione di luccicanza. Al secondo, terzo ascolto paiono a tal punto perfette che una interpretazione relativamente più pulita come quella offerta nella emozionante “Torno su” sarebbe stata fuori luogo, forzata e poco convincente. Amara e intensa, “Mille” è forse la perla nascosta del lotto, quella in grado di conquistare anche gli scettici, coloro i quali potrebbero aver già tacciato di eccessivo lo-fi la musica fino ad ora ascoltata. Il chitarrino disco funky della sognante “Quassù” cita ancora il Battisti di “Io tu noi tutti” seppur contaminato da estemporanei campionamenti e dal supporto di Simona Palumbo e Giulia Carnevali ai cori. L'intermezzo strumentale di “Intervallo” anticipa l'approssimativo hip hop di “Ci credo ancora” e l'elettronica non finita di “Ti do qualcosa” che per quanto episodi a loro modo unici in tutto il CD, ben si amalgamano con le composizioni fin qui ascoltate e le ultime in arrivo. All'appello mancano ancora lo smarrimento descritto nella corale “Spersi” e i pigri fastidi presenti in “Around”. Chiusura affidata alle profezie di Remo Remotti che tesse un elogio all'amichetto suo Vittorio Cane. In attesa che venga conferito il premio Nobel a questa bizzarra accoppiata di poeti, animatori di cose belle, intelligenti e passionali noi programmiamo il lettore sulla funzione repeat, pigiamo il tasto play e ci rilassiamo sull'amaca della terrazza.

Andrea Barbaglia



 ^ Vitaminic

Un disco che parte con un’introduzione fatta di spot tv invoglia senz’altro all’ascolto. Inizia con questo blob, Secondo”, secondo album di Vittorio Cane, cantautore torinese, alfiere di un neorealismo freak e pure un po’ trash. L’ironia e il paradosso sono strumenti difficile da maneggiare, ma sono la chiave di lettura necessaria per provare a entrare nel mondo di Vittorio; un dipinto surreale di sé stesso, uno specchio da luna park dove la sua voce sgraziata e a volte perfino dissonante è al suo posto. Il disco va a sprazzi, con barlumi di genialità alla Bugo e altri luoghi molto più comuni ed evitabili. Fogli sparsi di appunti presi per strada sono l’archivio di storie sbagliate, magari finite male tra il senso grottesco di una sconfitta e l’aria strafottente di chi fa spallucce. Nel giro di questa pop-metropolitana, fermate funky, soli di farfisa e chitarre acustiche accompagnano le dichiarazioni semiserie di Cane, ché in certi momenti pare di sentire addirittura Rino Gaetano (Dipendente). In questo delirio incontrollato di dipinti post-moderni c’è posto anche per il lirismo silenzioso di Intervallo o per la ballata in vecchio stile (Around, Mille): parentesi piacevoli che danno spessore al disco. Alla fine del giro restiamo un po’ frastornati, sarà stato l’accumulo di immagini, di situazioni e di parole, a volte cliché, a volte intuizioni geniali.

Amos Martino





Vittorio Cane - Palazzi
(2011, Innabilis / New Model Label - Audioglobe)




 ^ Alias - il manifesto

Un cantautore con una voce che riflette i tempi che corrono, perché precaria. Che compone i brani con accenti sonori britannici, ma non disdegna la grande tradizione italiana. In ogni caso il pop di Vittorio Cane, in cui predominano voce e chitarra, è dimesso, disegna immagini di vita quotidiana contemporanea e suona originale. Se il sentimentalismo conserva una naturalezza che lo tiene lontano dalla società dell’immagine, sulla drammaticità alla fine vince un’indole spensierata. Così il suo terzo album è un disco pop intimista di un cantautore non certo emulativo - e di questi tempi in Italia non è proprio scontato.

L. Gr.



 ^ Blow Up

Sono un rigore, lo puoi sbagliare, sono la folla che non sa che fare”. Il nuovo stadio della Juventus ed il nuovo album del torinese Vittorio Cane vanno praticamente di passo, e se il primo guarda al futuro comune, il secondo afferma in maniera più definita la linea della propria personalità: dieci brani che, a partire dal singolone “Quello che”  - di estrema cantabilità radiofonica, facilità testuale ed immagine compiuta - mostrano un senso della melodia che almeno la metà di certi cantautori pop di successo si sogna, con qualche piccola perla testuale sparsa ed un senso di confidenza, insomma Cane (Claudio Cosimato all’anagrafe) è uno che si fa ascoltare volentieri, come prima del resto. La continuità è limpida, lo “special” è “Sto bene”, scritta con il romanziere Christian Frascella, che sciorina particolari impressionisti ed istantanee fotografiche, autobiografia e saggio uso della prima persona, una costante nella spicciola poetica canina. Avesse altri singola di quella statura - “Qui” e “A casa mia” sono bei pezzi ma non due strike da primo ascolto - “Palazzi” sarebbe un gioiello, ma questo terzo disco non cede di un centimetro al bene che si pensava di Vittorio. Collaborano i vari Deian e Spaccamonti.

Enrico Veronese




 ^ Extra! Music Magazine

Da un po’ di anni a questa parte molti artisti, ed altrettante band, hanno iniziato ad insistere con sempre maggior convinzione sulla possibilità di far confluire le proprie intuizioni nella musica pop. Un pop ovviamente curato, alternativo e quindi più articolato del solito. Non certo quello su cui si basa la stragrande maggioranza delle tristi radio nazionali. Molti lo hanno ribattezzato indie pop, tuttavia la cosa più interessante di questa nuova corrente musicale è data dalla miscela perfetta di leggerezza e sperimentazione. Senza perdere di vista la melodia, gli incisi efficaci e gli incroci precisi di rime, è possibile difatti arricchire le composizioni con degli spunti sonori spesso inusuali quanto, allo stesso tempo, ricercati.

Insomma: impreziosire con gusto e sensibilità qualcosa di estremamente fruibile ovviando a quella banalità che è sempre dietro l’angolo. Non è proprio facile, ma con un pizzico d’ingegno si può creare qualcosa di molto intrigante. Vittorio Cane la strada del cosiddetto indie pop la persegue da parecchio. Già nell’eponimo disco d’esordio, risalente al 2005, erano presenti quegli elementi che facevano ben sperare ad altri seguiti non inferiori. Con il successivo “Secondo” si era poi capito che le sue idee potevano funzionare benissimo. Oggi, arrivato alla sua terza prova in studio, il cantautore piemontese conferma di avere tutte le carte in regola per ritagliarsi la giusta considerazione da parte di pubblico e critica. “Palazzi” è senza dubbio uno degli album di musica indipendente italiana da tenere sotto occhio in questa parte finale del 2011.


Non ha nulla da invidiare ai nuovi lavori di Dente, Marco Parente, Dario Brunori, Dimartino, I Cani e compagnia bella. Il segreto della sua ultima fatica discografica risiede fondamentalmente in due punti. Innanzitutto una scrittura immediata, curiosa e accarezzata più volte da un velo sottile di sarcasmo, il che dona alle canzoni una gradevole solarità. Oltre ai versi delle dieci composizioni incluse in “Palazzi”, da lodare sono soprattutto gli accostamenti sonori. Si nota una lavorazione certosina a livello di arrangiamenti. Brani nati - probabilmente - da semplici giri di note ai quali, in un secondo momento, sono stati aggiunti sempre più strumenti fino a dargli la quadratura della quale necessitavano.


Apprezzabile, ad esempio, l’intrusione del violoncello pronto ad addolcire la serenità di “Umano”. Perfetti e determinanti i fiati adagiati sulle morbide pennate di chitarra acustica in ben tre episodi: “Mai” (graziosissima), “A Milano” ed “A casa mia”. Canzoni, queste, caratterizzate anche dalla presenza del mellotron, strumento affascinante e quasi sempre dimenticato nel pop rock attuale. Quando la tromba ed il sax vengono a mancare si insediano con più facilità le tastiere, il pianoforte e l’organo elettrico. Quest’ultimo va ad arricchire una manciata di brani molti diversi tra loro, dandogli un tocco più retrò. Su tutte: “Sto bene” (realizzata a quattro mani con lo scrittore Christian Frascella), “Non ne ho”, forse la take più scarna (a livello di arrangiamenti) del disco, e la title-track.

Non è un LP al quale si fa subito l’orecchio, in special modo se non si conosce il resto del repertorio del songwriter torinese. Serve un po’ di pazienza all’inizio ma, già dopo il terzo ascolto, si riesce ad apprezzare al meglio la sincerità di questo disco. Da non sottovalutare.

Alessandro Basile



 ^ Impatto Sonoro

Vittorio Cane, nome d’arte di Claudio Cosimato, è giunto al suo terzo album da solista.

Lui è uno strano cantautore. Ti pare sempre un po’ impacciato, incerto, quasi arronzato. Ti sembra un giocoliere su un monociclo. Ti sbagli. Si regge tutto alla perfezione, ma te ne accorgi solo dopo averlo ascoltato tantissimo. Devo molto al suo penultimo album “Secondo”, un piccolo capolavoro di immensa malinconia. Mi hanno sempre colpito gli arrangiamenti, morbidi e scarni, con un pizzico di sound hip hop, e specialmente la voce: sentendo Vittorio Cane ti viene da dire “Ma chi minchia stonerebbe mai nel suo album?”. La stonatura è quasi un vezzo, un espediente malinconico, una sfumatura drammatica. Sa il fatto suo ‘sto Vittorio Cane.

Palazzi” è un passo in avanti. Più maturo, più allegro, radiofonico, con più roba in pentola. É un bell’album, senza dubbio, ed è moderno, non ti fa pensare immediatamente a qualcun altro, come mi succede spesso ascoltando le ultime uscite dei nuovi cantautori italiani.

Vittorio Cane brucia lentamente. Sa quello che fa, non esagera, non è un comico che fa le battute sulla moglie che non ha. Questa sincerità si sente, ha delle belle frequenze, e molti alzano il volume.

Filippo ‘Dr. Panico’ De Lisa




 ^ Internazionale

Quello che / Mai / Umano / A Milano / Sto bene / Non ne ho / Palazzi / Responsabilità / Qui / A casa mia. Questa specie di preambolo alla Elio Pagliarani dice tutto: è la tracklist dell’album Palazzi, del cantautore Vittorio Cane. Lui è uno con la chitarra low-fi, l’approccio disilluso, la pianola elettrica, il campo per giuocare a pallone ed un materasso per fare all’ammore. Ce n’è un sacco in giro così; rischiano di annullarsi a vicenda nel loro acidulo surrealismo da monolocale. Ma è buona creanza, per chi vuol bene al pop italiano, adottarne almeno un paio.

Pier Andrea Canei



 ^ Lisola della musica italiana

Secondo l’oroscopo musicale italiano, l’ultimo anno solare è stato all’insegna della cinofilia. Predetto dal vaticinio dell’album “Dei cani” dei Non voglio che Clara, confermato dal manifesto programmatico di Iosonouncane, fino al puro fenomeno mediatico con il sorprendente debutto dei Cani.

Attendevamo quindi con impazienza il ritorno sulle scene del Cane originario, quello che con i suoi primi due album aveva dimostrato con immediatezza ed originalità di essere il miglior amico del cantautorato nostrano. Vittorio Cane è per Torino quel che Dente è stato per Milano, un capostipite del rinnovato pop acustico minimalista, che ha fatto proseliti ed epigoni con “Secondo” (2008), piacevole sleeper hit che ha contribuito alla nascita di un sottogenere ed di una vera tendenza musicale.

Quell’universo di chitarra, voce e fantasia ha stregato colleghi ed ascoltatori, ed attendeva da anni un seguito, finalmente concretizzatosi nel nuovo “Palazzi”, terza fatica del nostro Donovan sabaudo. In realtà fin dalla prima analisi emerge una constatazione: l’elemento che sembra più latitare è proprio la percezione dello “sforzo” compositivo, per un lavoro teoricamente concepito in un arco di tre anni. Il canzoniere di Vittorio Cane è sempre stato caratterizzato da un’apparente leggerezza di attitudine espressiva ed esecutiva, una semplicità ricercata, divenuta col tempo un’intenzionale garanzia stilistica. Non ci aspettavamo quindi brani pretenziosi, e anzi è salutare quell’immediatezza che come in passato continua a brillare tra le nuove tracce, nessuna esclusa. Soltanto che non sembra vi sia molto di più: l’insieme è gradevole, sia nelle ludiche schitarrate indie-folk di scuola Coxoniana, nell’alchimia naïf con fidati templari della scena torinese (tra cui spiccano i sempre geniali fratelli Deian e Tristan Martinelli), sia nei testi, simpatici nel loro descrivere storie di quotidiana indolenza. Ma come nei rapporti interpersonali, si ricorre alla definizione “simpatia” quando qualcosa non riesce veramente a coinvolgerci, e vogliamo consolare e consolarci. Perché va bene snocciolare ritratti di incomunicabilità urbana (i citati “palazzi”, metafora di compartimenti stagni e alienanti in cui sopravviviamo e ci nascondiamo), ma ci vuole spessore anche per evocare inconsistenza, che sia una critica, una satira o una celebrazione.

Non è il primo né l’ultimo caso di cantautorato “pigro” (ricordiamo per tutti il maestro Ivan Graziani), chiediamo solo a Vittorio Cane di impegnarsi per dare senso e corpo a questa pigrizia, trasformando accattivanti sketch in composizioni mature (un esempio da seguire è un pezzo “adulto” come l’emozionante coda lennoniana di “A casa mia”).

Palazzi” sembra adagiarsi sulla provocazione di Edoardo Bennato, sicuro riferimento di Vittorio, nel suo “sono solo canzonette”. “Solo” questo, purtroppo, sono. Per davvero.

Alessio Zipoli



 ^ Lost Highways

Vittorio Cane arriva con il suo terzo album, prodotto da Innabilis e New Model Label, a tre anni dal secondo. Un album che è un bell’esempio del nuovo cantautorato italiano indipendente. Testi che prendono spunto dalla quotidianità fatta di gesti, di oggetti, di attese senza senso, di ricordi e nostalgia. Una voce tremante, non sempre perfetta, che si adatta bene a quella amara ironia alla Rino Gaetano. I palazzi di Vittorio Cane sono quelli della periferia, dove s’incrociano storie di quotidianità, di lavoro, di vita. Semplicità nei testi e negli arrangiamenti per un album che scorre via leggero, senza troppi impegni o grandi manifesti. Un po’ di leggerezza che non guasta proprio.

Katia Arduini



 ^ MagMusic

La fame di curiosità, la sete di conoscenza, la voglia di felicità. Tutte caratteristiche che descrivono ottimamente un personaggio atipico che risponde al nome di Vittorio Cane, come dimostrato sia dall’esordio autoprodotto del 2005 che da “Secondo”, di tre anni dopo (caratterizzato in particolare dalla partecipazione di Remo Remotti e Mao). Ed è proprio a tre anni di distanza da quest’ultimo che arriva il momento giusto per riprendere il suo continuo cammino. “Palazzi”, questa è la prossima meta, da raggiungere al suono di un pop cantautoriale, giocherellone, e permeato di simpatia, la scelta adatta per identificare il profilo di chi, nel suo essere più “Umano” di come già sia, è al contempo tante azioni e tante storie in una sola di queste (come da title-track), e sa come prendersi le proprie “Responsabilità”, tra un organo elettrico, un basso incalzante e un mellotron. I “Palazzi” che si osservano sono le case in affitto (“Mai”), ma anche gli stessi nei quali si vive (“A casa mia”), non solo “Qui“, ma anche “A Milano”. Residenze molto confortevoli, che rendono ancora più chiaro il fatto che Vittorio Cane abbia aguzzato bene la vista. Lo dice lui stesso, anche con il supporto di amici come Deian e Tristan Martinelli, Alessandro Arianti e lo scrittore Christian Frascella: “Sto bene”. E il benessere rende già l’idea.

Gustavo Tagliaferri



 ^ MArteMagazine

Tra tutti i vari “cani” che girano ultimamente in varie salse musicali, siamo felici di tornare a quello originale che, ad intervalli regolari di tre anni, ci canta quell'inquietudine domestica che si affianca al cantautorato indie di Bugo, Dente e Brunori vari sparsi nell'underground italiano.

Lui miscela leggerezza e sensibilità, melodia e scorci poetici trasversali, gusto e spensieratezza. Magari ci vuole un po' a capirlo, qualche ascolto in più, ma quello che c'è in “Palazzi”, terza fatica discografica di Vittorio Cane (al secolo Claudio Cosimato), è un bel modo di definire ancora una volta la personalità del cantautore torinese. Personalità che lo rende capace di dare alla sua musica un taglio così facilmente godibile nel suo lo-fi che sfiora quasi la banalità, glissandola però, all'ultimo momento, con un retrogusto che fa riflettere.

Già dal primo disco omonimo del 2005 infatti, si trovano gli stessi elementi, fusi e arricchiti in “Secondo” (2008) e che, ottenendo un buon risultato, viaggiono sui binari di un discorso unico, fatto con lo stesso mood e le stesse idee che arrivano al 2011 in “Palazzi”. Ovviamente lungi dall'essere un continuum difettoso. Testi immediati, che spesso scivolano via indisturbati tra sarcasmo, solarità, voce spezzata, ironia e un finto impaccio. Ermetico, forse. Di sicuro è ermetico l'approccio sonoro e lo sforso compositivo di questo cantastorie da panchina: da sempre caratterizzato dall'assenza di fronzoli, mostra ora un più raffinato lavoro di arrangiamenti per una semplicità sempre più ricercata.

Spicca su tutto l'utilizzo massiccio dell'organo elettrico a colorare il disco e a smorzare ogni angolo angusto, e l'apporto di validissimi sostegni artistici.

É intimamente semplice, ma delicatissima, l'incursione del violoncello di Beatrice Zanin nella linearità batteria-pianoforte di quella che è tra le migliori tracce, “Umano”. Così come gli ottimi colpi che mettono a segno buona parte dei Deian e Lorsoglabro in interventi percettibili appena, che sfiorano e accarezzano le tracce lasciandone intatta la forma. Lo fanno battendo sui tasti i fratelli Deian e Tristan Martinelli, con mellotron e glockenspiel Alessandro Arianti (pianista di Francesco De Gregori), con i fiati di Alessandro Muner e Francesco ‘Cecio’ Grano (Mr. T-Bone & The Young Lions).

Intervengono particolarmente ad arricchiere la spensieratezza di “Mai”, l'ironia di “A Milano” e “A casa mia”. A cui si aggiungono, poi, sottili escursioni di Paolo Spaccamonti alla chitarra elettrica.

E anche se si rallenta il ritmo in brani troppo raccolti (“Non ne ho”), Vittorio Cane acquista il suo senso soprattutto nell'essenzialità di “Quello che”, nelle fantasiose venature folk di “Qui” e in “Sto bene”, altra meritevole ballata ludico-amara, in cui si scorge il contrabbasso di Marco Piccirillo e la complicità dello scrittore Christian Frascella.

Un giro di giostra, semplice, stropicciato da cui scenderete barcollando. Cosa vi aspettavate?



 ^ MAT2020

Tra pochi giorni sarà disponibile “Palazzi”, album di Vittorio Cane, cantautore torinese di buona esperienza, essendo questo il suo terzo “lavoro”.

Una settimana fa, su questo blog, parlando di cantautorato, facevo riferimento ad una nuova scuola, quella che ha superato (nel senso dell’evoluzione) l’icona nata negli anni '70, senza peraltro accettare alcun compromesso di natura commerciale.
E sono davvero tanti i musicisti, scoperti giorno dopo giorno, che scrivono musica e testi semplicemente “guardandosi attorno”, senza essere spinti a regalare messaggi a tutti i costi, e senza strizzare l’occhio ai luoghi di estrema visibilità, a meno che il tutto non coincida con “qualità e trasparenza”.

Cane entra a pieno titolo in questa categoria di musicisti “puliti” che usano il coraggio per raccontare e raccontarsi, utilizzando ciò che il quotidiano propone, senza calcoli fatti a tavolino: in fondo è sufficiente dare uno sguardo al di là della propria finestra per trovare spunti a non finire.

Il modo in cui Vittorio Cane viene allo scoperto è davvero originale. Non cerca di mascherare il suo evidente accento torinese e confeziona brani che sanno di “genuinità e semplicità”. E tutto questo apparente easy può essere preso come tale (e già questo potrebbe comunque essere motivo di estrema soddisfazione) oppure, se si è dotatati della giusta sensibilità, va decodificato.

Mi immagino che ogni sua singola creazione sia il frutto di un’alternanza di differenti sentimenti, che possono portare sofferenza o gioia, ma sono sempre la conclusione di un percorso, di un giorno, un mese o una vita, tutto fuorché semplicità.

E il raccontare le storie che si vivono nei “nostri” palazzi può portare a grandi sorprese che, una volta musicate, assumono il significato del messaggio e della denuncia, esattamente come molti lustri fa, quando erano le ideologie a guidare certi uomini di musica. Un bellissimo album per un bravo e innovativo musicista del nostro tempo.

Athos Enrile



 ^ Mescalina

Storie spontanee, pochi accordi (orecchiabili come si deve) e nuovo lavoro per “il poeta delle cose semplici”. Il cantautore Claudio Cosimato, aka Vittorio Cane, torna con un nuovo lavoro, “Palazzi”, uscito per le etichette discografiche Innabilis e New Model Label.

Come tutti i suoi lavori, “Palazzi” è un disco diretto, con pochi filtri ed un sound semplice ma ricco di emozioni. Semplici gli accordi e semplici le parole. Le dieci tracce, che compongono l’album, giocano un po’ sul dualismo spensieratezza-riflessione, rendendo “Palazzi” un disco che, al di là dell’orecchiabilità, si lascia ascoltare perché risulta affascinante anche per ciò che riguarda i testi.

Tracce come “Quello che” stanno in bilico tra la malinconia e la speranza, accompagnate dalla chitarra che suona, quasi in modo spontaneo e dalla pianola elettrica: stop!. Poi ecco l’ironia che non manca mai in questo genere di dischi e “Responsabilità”, per riderci un po’ su. “Palazzi” gode, inoltre, della collaborazione dello scrittore Christian Frascella (“Sto bene”).

È il pop italiano. Verrebbe naturale far paragoni, ma in questo caso sarebbe inutile: “Palazzi” è altro, “Palazzi” è una passeggiata (che sia sotto il sole o sotto la pioggia non è importante), “Palazzi” è un disco che in modo spassionato canta e suona la sua musica, diretto perché lo è e bello perché in fin dei conti è tutto li, compatto, fatto bene e vero.

Ecco. “Palazzi” è un album “Umano”. E non mi sento di aggiungere altro.

Enza Ferrara



 ^ News Spettacolo

Tre anni di distanza tra un disco e l'altro. Era successo già tra il primo e il secondo disco di Vittorio Cane.
Palazzi ci mostra un Vittorio più maturo e sicuro dei suoi mezzi, come autore e come interprete. I palazzi sono quelli in cui viviamo, quando siamo dentro, e vediamo quando siamo fuori. L'album sarà preceduto dal singolo Quello che. Spicca la collaborazione nel brano Sto benecon lo scrittore Christian Frascella (autore di romanzi di successo come Mia sorella è una foca monaca” e “La sfuriata di Bet).



 ^ Onda Rock

Ne è passata di acqua sotto i ponti: nel 2006 recensivamo l’esordio omonimo (ed autoprodotto) di Vittorio Cane, in cui il nostro si rivelava come un bardo weird-pop, molto pop e anche molto weird, uno capace di far riflettere pur utilizzando un lessico e una metrica piuttosto semplice. Un pregio, s’intende. Poi nel 2008 arrivava Secondo, che in linea di massima confermava le qualità del Cane in virtù di una serie di canzoni indovinate e appena appena più arrangiate.

Di lì in avanti arriva pure una discreta notorietà (nell’ambito indie italiano), favorita dall’approdo della sua musica su MTV e All Music, da una frenetica attività dal vivo e dalla partecipazione al Traffic Festival di Torino, in apertura a Nick Cave. E leggo dalla press-sheet che ha pure pubblicato una raccolta di testi e scritti vari dal titolo
Terzo tempo.

Dunque
Palazzi, e il baffuto Vittorio Cane ci riprova e si riprova, e ci riesce. In cosa direte voi? A far sorridere e a far pensare. La formula è la stessa, con la differenza che qui vi sono dei pezzi ancor più focalizzati dal punto di vista melodico. Una per tutte l’ottima Quello che, una giostra infantile davvero irresistibile, per non parlare di Sto bene, puro zucchero per denti cariati.

E c’è pure qualche ballata un po’ pensosa, se non addirittura ripiegata su se stessa, come
Non ne ho e A casa mia o, ancora, qualche altra canzone dal retrogusto malinconico. Però sono i pezzi di puro scazzo i più divertenti (Responsabilità, Qui). Forse per essere creativi non bisogna crescere.

Antonio Ciarletta



 ^ Rumore

Coi battaglioni di cantautori in giro per il paese, uno che arriva al terzo disco rischia di far scomodare Charles Darwin. Capita al torinese Vittorio Cane, forse uno dei più capaci nel declinare in senso pop la materia, che con pochi e minimi accorgimenti sforna addirittura l’album più felice del lotto. Su tutto, i segnali di crescita come interprete, mentre l’autore tiene botta mettendosi al servizio di un disco piacevolmente “piccolo” anche nella durata, con arrangiamenti ben calibrati (la ballotta di San Salvario è qui presente al gran completo) ed un paio di brani come A Milano e il delizioso Quello che, in volo libero fra il primo Ben Lee e Rino Gaetano, a far salire il voto. Non so comprare i milioni, canta in Responsabilità. Titolo palazzinaresco, ma nessuna bolla immobiliare dietro l’angolo.

Francesco Vignani




 ^ Salad Days Magazine

C'è un'intera generazione di nuovi cantautori (qualche nome: Brunori Sas, Dente, Bugo, Ettore Giuradei) che prende come riferimento principe la classicità del nostro Belpaese (citeremo Giorgio Gaber e Rino Gaetano per abbozzare a grandi linee la tipologia di scrittura), riuscendone a ricreare con incisività quella speciale combinazione di sensibilità, intelligenza, (auto)ironia e indi(e)pendenza artistica. Vittorio Cane può considerarsi a tutti gli effetti un componente della tribù. “
Palazzi” è il suo terzo album e le caratteristiche vincenti ci sono tutte: semplicità pop (mascherata da un'espressività a basso budget, solo apparentemente), testi svampiti e letterati, sottolineature del quotidiano e del metropolitano. In verità c'è anche altro nel modus operandi del songwriter torinese: innanzitutto una strumentazione molto ampia (organetti, fiati, violoncello, mellotron); poi una capacità descrittiva che sembra mutuata dalla narrativa giovane contemporanea; infine una grande quantità di idee melodiche, spalmate nelle dieci canzoni dell'album. Non vorremmo sbilanciarci troppo, ma il contetto di “Poeta urbano” non ci sembra campato in aria.

Flavio Ignelzi



 ^ Sentireascoltare

In un'epoca in cui il cantautorato indie cerca di smarcarsi dalle retrovie
lo-fi per abbracciare un'età adulta fatta di produzioni medio-grandi (Dente), sensibilità in crescita (Brunori Sas), deviazioni personali (33 ore), sperimentazioni borderline (Iosonouncane), Vittorio Cane decide di non allontanarsi troppo dai consueti pruriti melodici/bughiani prima maniera. E così, lasciati perdere i modelli istituzionali forti e riconoscibili (i vari Battisti, Gaetano, Dalla, Ciampi) che ispirano i fratelli maggiori, si autoconfina nel ruolo del busker indie dalla voce tremolante in bilico tra ironia e storie di tutti i giorni.

Freno tirato, insomma, per un approccio che fino a qualche anno fa pagava ma che ora mostra un po' la corda. Come accade a tutto ciò che subisce un processo di codifica e di condivisione, in questo caso operato da chi ascolta ma anche da una pletora di emergenti fiduciosa di affidare le proprie paturnie al
lucky strike di turno.

Palazzi, pur raddrizzando qualche stortura di troppo del precedente Secondo, non riesce ad imporsi come dovrebbe. E se formalmente il materiale si integra senza troppe sbavature con quella new-wave del cantautorato nostrano in voga da qualche anno a questa parte, nella sostanza non regge il confronto con i diretti concorrenti – il già citato Bugo ma anche l'ultimo Brunori Sas – che nel frattempo hanno inevitabilmente fatto passi in avanti dal punto di vista musicale e dei testi. Le cose migliori si ascoltano quando lo spartito si fa più arioso (Quello che, Mai), c'è ancora qualche buona intuizione, ma molto del materiale contenuto nel disco ci pare destinato soprattutto ai cultori più fedeli dell'opera del musicista torinese.

Fabrizio Zampighi



 ^ Shiver

Tenero, naïf come una foglia di ficus e indie nell’indie, il cantautore torinese Vittorio Cane ha del vero “pedigree”, può avere diritto e privilegio - con questa terza “lezione” dal titolo “Palazzi” - a fare parte della “nomenclatura” cantautorale alternativa che gira, annusa e sbotta dal sottobosco non a cercare un raggio di luce, gente così di luce già ne porta molta ed in buona salute, ma per dire una volta per tutte che l’arte trasversale di proporre idee che suonano è quella vincente, quella viva, quella che veramente può dire/fare/baciare il senso ottimista della poetica fuori schema.

Dieci tracce per un disco dall’incedere a passetti, dentro ballate urbane cantate con la scordatura vocale e con l’arrangiamento di chitarra, organetto, pianoforte ed altro, colorazioni grigiastre che sperimentano, come in un’alchimia di un'officina sonora, le tinte di fondo di queste canzoni dall’atmosfera a ping pong tra la surrealità Alleniana e le fole cittadine di Calvino; l’artista Cane è un'anima solitaria, inedita nella nuova prospettiva autorale di casa nostra, gestisce un teatrino emozionale che una volta rilasciato dallo stereo, ti ammanta di nebbie mattutine e fiati disegnati nell’aria, nostalgie e sfighe quotidiane, sempre incartate da una visione strampalata e storta che fa immediatamente breccia tra cuore e pancia senza preavvisi, così, senza impegni precedenti di sorta.

Pop teller o teller pop, non si scappa, e pare vedere l’artista girare tra i palazzi della vita, dell’illusione e delle radici d’anima, addentrarsi tra le pieghe cronacali ed esistenziali “del ritmo moderno della vita” con parole e stille di musica che sono snocciolate con una simpatica amarezza; la spennata di chitarra acustica che mette in rassegna gli indaraffi continui di ogni giorno (“Mai”), l’andatura soft-beat di un’avventura piovigginosa a Milano (“A Milano”), il tracciato sbilenco di un bilancio interiore (“Sto bene”) con la partecipazione dello scrittore Christian Frascella, i pensieri che s’intrecciano tra scommesse e responsabilità nel minimalismo d’organetto (“Responsabilità”) e finalmente un bel blues-soul da piangere sulla linea impalpabile Gaberiana (“A casa mia”), momentaneo stop del disco prima di un quasi immediato repeat del tutto.

Il poeta urbano Vittorio Cane è l’architetto di se stesso, costruisce, scava e mette in bolla un disco d’intensità maiuscola come pochi e, se vale un suggerimento spassionato, occupiamoli questi palazzi ed abitiamoli per sognare quel qualcosa che Vittorio ci regala. Bello.

Massimo Sannella




 ^ Terapie Musicali

Torna Claudio Cosimato, alias Vittorio Cane. Dopo l'uscita libraria di
Tre tempi, compendio di testi, accordi e poesie pubblicato nel 2010, arriva il momento per il cantautore torinese di entrare nuovamente in studio per mettere mano ai suoi quaderni pieni di appunti e note musicali e dare un seguito ai buoni riscontri ottenuti dal CD Secondo alzando, se possibile, ulteriormente l'asticella del proprio lavoro. Come sempre la mezz'ora abbondante che anche questa volta ci viene regalata ha una invidiabile peculiarità: una estrema facilità di ascolto unita, per l'occasione, a trame musicali educatamente più complesse che in passato. Maestoso a tal proposito è il violoncello di Beatrice Zanin in Umano, composizione di per sé già nobilitata dal pianoforte che Vittorio utilizzerà nuovamente in questo CD, in solitaria o con l'aiuto del fidato Deian Martinelli. Discorso simile per i fiati che colorano A Milano, Mai e A casa mia: mai sopra le righe, ben si coniugano con le atmosfere casalingo-metropolitane che Vittorio da sempre è in grado di realizzare, concedendosi rilassanti quadri naïf in questo caotico e preoccupante inizio millennio. Quello che è davvero un gioiellino pop; introdotto da fugaci manipolazioni synthetiche, si fa strada con stupefacente immediatezza, col sorriso sulle labbra, come quello di un paffuto scolaretto incamminatosi a piedi verso casa lungo un viale sterrato, delimitato da alte betulle, mentre il sole filtra tra le foglie in una benevola giornata primaverile. E se l'organo elettrico, in bella evidenza anche sul divertito soft rock con cui si riveste la title-track Palazzi, ci riporta alla mente ottimi episodi contenuti in Secondo è perché Vittorio possiede una cifra stilistica riconoscibile anche quando nuovi ingredienti vengono aggiunti alla ricetta. Lo scrittore Christian Frascella, autore dell'interessante Mia sorella è una foca monaca e del più recente La sfuriata di Bet, interviene per la stesura a quattro mani di Sto bene, una bugata pop che avrebbe probabilmente goduto di migliore sorte se arrangiata per sola chitarra e voce. Ma tant'è. Si respira un malinconico Battisti dalle parti di Non ne ho mentre l'esecuzione del brano viene fissata su un registratorino a quattro piste nell'appartamento di Vittorio/Claudio. Responsabilità mantiene sonorità cagnesche cercando di dar voce ai sogni di una generazione castrata nelle intenzioni prima ancora che negli atti pratici; non basta rimboccarsi le maniche, ci vuole fortuna e scaltrezza, anche se spesso è poi la consapevolezza di ciò che si è a farci tenere spalancata una finestra sulla realtà e sulla quotidianità. Non una canzone di denuncia, ma neppure divertissement fine a se stesso. Una batteria piuttosto insistente battezza Qui, psichedelica riflessione sul tempo che immobile va, in cui Cane, novello Lenny Kravitz sabaudo, suona e si diletta con tutti gli strumenti a sua disposizione, prima di toccare il climax dell'album con la già citata A casa mia, ballad per mellotron e pianoforte che regala istanti di magia pura. Al suo terzo lavoro in studio il sasso nello stagno della musica indipendente, e non solo, è stato gettato. Vittorio Cane non nasconde la mano: la porge, aperta, in un saluto amichevole. Chi ci sarà dall'altra parte?

Andrea Barbaglia



 ^ The Webzine

Iosonouncane, I Cani, Vittorio Cane. Quanti cani nel nostro panorama nazionale ma l’unico a veleggiare per i capienti sentieri del pop è quest’ultimo. Giunto al terzo lavoro, con un pizzico di ambizione ricerca la dimostrazione della maturità, con un risultato più che buono. I brani sono tutti adeguati a circoscrivere l’ambito di azione della sua musica, lontana dalla polvere cantautorale da soffitta che in molti si divertono a riesumare ultimamente. I testi non sono così distanti da certi artisti da
chart che circolano negli ultimi tempi, ma il contesto è molto diverso: ecco perché il miele di Sto bene, la più giocosa Quello che e l’apparato più retrò-malinconia di Non ne ho rifuggono le cifre stilistiche e le bassezze adolescenziali di Brondi & co. Tra satira, divertissement e lacrime in forma di canzonetta solo poco più evoluta di quelle di Bennato o del Tenco meno depresso, Palazzi è un anfratto ricolmo di sentimentalismi e stralci di debole critica, mai troppo piccante né ficcante. Così sinuosamente si riesce a combinare con la giusta densità uno spaccato completo di vita (come in A Milano), senza le banalità semantiche delle ultime gesta discografiche di moltissimi artisti italiani. Efficace, penetrante, incisivo. Un disco pop che difficilmente vi uscirà dalla testa.

brizz89





Vittorio Cane - Domingo
(2012, Innabilis / New Model Label)




 ^ Zibaldone

Tra tanta musica d’autore ci voleva un'cambio, no? Noi si è pensato che ci voleva. E che il miglior modo per farlo fosse con Vittorio Cane. Chi è Vittorio Cane? L’esponente più rappresentativo della scena musicale torinese dell’ultimo decennio. Una scena musicale che si è rinnovata notevolmente attorno al 2005-2006, quando la città del Lingotto si è trasformata in un batter d’occhio in un centro culturalmente vivace, finalmente proiettata verso il futuro e non ingobbita solo sul proprio passato. Questa nouvelle vague nata sulle rive del Po e radicata nei piccoli locali del quartiere di San Salvario e soprattutto nell’Hiroshima, spazio di creazione e punto di ritrovo dei musicisti e degli artisti torinesi, è ben rappresentata da Vittorio Cane. Nome d’arte, non vi diciamo come e perché.

Ascoltatevi la chiacchierata che ci siamo fatti con questo ironico cantastorie, amico di Remo Remotti e di Mao (non il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, ma il cantante). Lo hanno definito il “poeta delle cose semplici” e dalle sue canzoni, che ci ha suonato anche in diretta, si risente qualcosa di Rino Gaetano e del miglior periodo del duo Battisti-Mogol. E tanto altro. Non vi diciamo nulla più. Anzi, una cosa ve la diciamo: in esclusiva per Zibaldone e in prima mondiale, Vittorio ci ha fatto sentire “Domingo”, la versione spagnola del suo successo del 2008, “Domenica”. Sarà il tormentone dell’estate 2012 in Spagna?





 ^ Artificiale

Q: Ciao Vittorio, innanzitutto gettiamo nel cesso tutti gli inutili ed insopportabili accostamenti immaginabili sulla tua musica, quasi una sicurezza, un’ancora, una sensazione di stabilità che in molti necessitano nell’ascoltare nuove proposte artistiche. E partiamo da Cane dalla sua semplicità, dalla sensibilità evidente che trasmette in ogni frase, in ogni sua espressione, un atteggiamento di chi non ha molte pretese, di chi ama così tanto il mondo da poter perdonare tutto e tutti, tranne se stesso?

A: Grazie. Sono riflessioni su quello che vedo, il mondo a volte è molto piacevole, se lo vedi da una bici e magari c'è una bella giornata e non hai nessuna fretta. Altre volte mi ritrovo nel mio di mondo, in un soggiorno o una camera dove ogni tanto può nascere qualche considerazione che può essere presa come poetica.

Q: Il primo disco, il “Secondo”, brani come “Dipendente”, “Ci credo ancora” e “Ti do qualcosa”, avevano dato l’illusione di un sound più completo, sporco, che faceva l’occhiolino anche all’elettronica, ben alternati a brani del calibro di “Domenica”, “Ci proverò” e “L’ermetico”. Complessivamente ascoltare Cane significava abbandonarsi ad alti e bassi, a voci fuori campo e stonature che portavano la mente fuori, verso personali traiettorie, risate e riflessioni. A tratti fastidio. Insomma un fantastico mix di creatività. E il terzo, “Palazzi”. Fine dell’illusione. Ritorno alla realtà, chitarra, accordi semplici, puliti, chiari, testi ben strutturati, ritornelli puntuali e nessun “errore”, nessuna nota fuoriposto e neanche un acuto strozzato. Si respira una maturità artistica, ma quanti anni ha Vittorio Cane in realtà?

A: Un po' di maturità col tempo viene, sono uno che cresce piano con le mie illusioni. Mio padre ha detto che questo gli piace molto di più e questo è già un ottimo risultato. Sono nato nell'anno in cui usciva “The Dark Side of the Moon”.

Q : Un artista, un cantautore dovrebbe utilizzare la scrittura ed il linguaggio in generale per portare il proprio sguardo molto più lontano di quello che ha a disposizione normalmente. Questa è la nostra idea di Artificiale. Ed i tuoi testi? Quanto sono artificiali?

A: Certamente la scrittura di canzoni è un artifizio. Perciò la musica è artificiale. Nascono delle frasi, si lavora un pò di tempo, si sviluppano in concetti che diventano a loro volta melodie.

Q: Provando a fare un sunto della situazione odierna in campo musicale: la musica non vende più nei circuiti tradizionali, il web è un mezzo a disposizione di tutti per promuoversi e confrontarsi, ma non fa miracoli. I rapporti umani sono sempre la linfa vitale. Tipo questa intervista: è un “gioco” necessario allo stato attuale delle cose. Il movimento dal basso paga e le major sono un’illusione ed alla canne del gas. Oltre a riuscire a far musica dal vivo il più possibile e in molteplici location sparse per l’Italia, ti sei dato degli obiettivi?

A: Si, non si vende più tanto è risaputo e bisogna suonare tanto dal vivo per vendere un po' di “Palazzi”. In futuro voglio apprendere meglio sia lo spagnolo che l'inglese, così la cosa può diventare più internazionale, per poter varcare la soglia della nostra amata Italia.

Q: Avevi in mente un vinile prima dell’album “Palazzi”, che fine ha fatto? Come mai la scelta del vinile, oggi oramai una “chicca” a cui pochi non sanno rinunciare? Sempre in chiave vinile, quali canali ipotizzavi tenendo in considerazione il tuo genere musicale e la tua platea?

A: Purtroppo il vinile è poi sparito per fattori tecnici, si parlava di farne 100 copie. Purtroppo la macchine del tizio che doveva stamparli si è rotta, ed è saltato tutto. Era un vezzo giusto perché sarebbe stato un bel oggetto.

Q: Ritornando a “Palazzi”, un disco che suona bene, benone, in grado di toccare stai d’animo differenti, allegro e malinconico, dalle tematiche contemporanee. Come suonerà dal vivo? Siete pronti a portarlo in giro? State preparando un tour invernale, insomma, va bene l’acquisto del disco, “scaricarlo”, i video da YouTube, ascolti sporadici in rete, ma la musica è dal vivo ed è arrivato il momento di portare Cane in giro per l’Italia, di stringere mani, scambiare sorrisi, emozioni, sguardi, non credi?

A: Dal vivo suonerà bello pieno, e non vedo l'ora di iniziare a girare perché mi diverte molto. Saremo in quattro a portarlo in giro dove possibile. Da poco ho iniziato a lavorare con una nuova agenzia di booking che promette bene. Grazie per la disponibilità.

Antonello Tiscia



 ^ Clap Bands

Ho scoperto le canzoni di Vittorio Cane grazie a Paolo Spaccamonti quando studiavo a Torino nel biennio 2007-2009 e presto divennero colonna sonora della mia vita all’ombra della Mole. L’intervista che pubblico è stata realizzata via mail ed è poi stata rifinita dal vivo, bevendo e scherzando in occasione del concerto al Glamour Cafè di Catania il 13 febbraio 2012. Il live è stato caratterizzato da un clima intimo e informale e il cantautore torinese ha eseguito brani di “Secondo” e del nuovo album “Palazzi”. Ha anche messo in scaletta una cover di “Il Natale è il 24” di Piero Ciampi che ha realizzato in maniera intensa e suggestiva. Vittorio Cane viaggia da solo con zaino in spalla riempito di indumenti appallottolati e una scatola contenente i suoi CD da vendere; diretto alla città del liotru con panino imbottito con prosciutto cotto, provola e carciofini è arrivato da altre quattro date siciliane. Sembra uscito dai testi delle sue canzoni, è come se i versi che canta prendano forma nella sua figura. Musicista on the road, sincero, timido e… svogliato: “Non amo fare i compiti a casa” mi dice e per finire questa intervista ci sono volute settimane. L’ultimo messaggio che annunciava il compimento dell’intervista recitava: “Eccola, sono stato sintetico e discreto”. E lui è così discreto ma socievole e le sue canzoni restano nel cuore.

Q: Ciao (siamo al bar e sono le 18:00) cosa prendi?

A: Birra!

Q: Ti piacciono i bar? Qual è il tuo bar preferito a Torino e perché?

A: Molto. Soprattutto per la colazione col giornale, non ho bar preferiti, mi affeziono a qualcuno e dato che nelle vicinanza è pieno di bar, dopo un po' cambio.

Q: Ai tempi di “Secondo” vivevo a Torino e spesso giravo in bici (mezzo da te usato nel video “Domenica” per altro) con alle orecchie l’MP3 con le tue canzoni, ecco perché la tua voce mi rimanda ai miei giri lungo la Dora. Ti ho fatto questo preambolo (di vita privata) per chiederti quanto la tua produzione sia legata alla tua città. Il fatto che collabori con quella che venne chiamata la scena di San Salvario (Paolo Spaccamonti e Dejan e l'orso glabro e, adesso, con lo scrittore Christian Frascella) e che nei tuoi video spesso emergano pezzi riconoscibili di Torino mi fa credere che come i più grandi cantautori anche tu sia ben radicato nel tuo territorio, sbaglio?

A: È solo una questione di incontri e amicizie che puoi fare nella città in cui vivi e la città la vivi anche grazie alle relazioni.

Q: Come storica dell’arte sono molto interessata al processo creativo che secondo me è importante (quasi?) come il prodotto finito e presentato al pubblico. Tu in che modo e con che tempi ti approcci alla composizione?

A: Tempi lunghi che occupano tutto il processo, dalla scrittura e composizione alla registrazione al mixaggio, passo poi molto tempo a tentare di far quadrare il tutto fino a che non sono soddisfatto.

Q: I tuoi testi hanno portato la stampa a definirti “il poeta delle cose semplici”. Io li paragono a delle istantanee che inquadrano dei dettagli messi a fuoco in uno sfondo sfocato. Insomma pezzi di immagini quotidiane estrapolate da un contesto generale che però spesso resta celato. Sembra che tu scriva un racconto e poi decida di cancellarlo salvando solo dei pensieri. Mi incuriosisce il verso di “A Milano” “Le riviste con le foto di moda le ho già viste e mi perdo qualcosa”. A proposito è dedicato a Milano il pezzo?

A: Questa è difficile. Più o meno mi riferivo a giornali come XL che dovrebbero essere di musica ma in realtà sono per lo più immagini pubblicitarie di moda. La canzone si chiama così perché quando l’ho scritta mi trovavo a Milano appunto.

Q: In tutti i brani utilizzi la prima persona e ti riferisci sempre con il “tu” a qualcuno che pare non ci sia più, ad una figura assente o ad un altro te stesso, forse alla tua memoria.

A: In certi casi è quel “tu” che può essere veramente “tu” oppure “io”, che è uguale. A volte il “tu” diventa “te” allora si parla d'amore e delle sue conseguenze.

Q: Nel pezzo “Mai”, nelle ultime due strofe canti il “noi” e il “voi” come se avesse un carattere più collettivo, un timbro più polemico, è una mia impressione o è proprio così? “Come voi che siamo uguali ci muoviamo come cani, e più in alto siamo insetti ma siam poco divertenti, andiam veloci andiamo lenti siamo al clima resistenti, e non ci fermiamo mai (…) E guarda qui che abbiamo tutto dobbiamo solo respirare, abbiamo il caldo abbiamo il freddo abbiamo gli occhi e da sentire, c'è chi dice che sbagliato c'è chi dice che può andare, c'è chi dice prima io che e non mi arrabbio”.

A: Moderatamente polemico.

Q: Frasi come “Sono quello di sempre, quello che a scuola era assente (…) sono quello che dico (…), quello che non vuole far niente” sono di una sincerità disarmante e credo siano di natura autobiografica. Quanto della tua vita c’è nelle tue canzoni?

A: È tutto vero.

Q: Ok ho finito di tediarti con la mia analisi testuale (scusa è una deformazione professionale). In questo nuovo album “Palazzi” hai utilizzato solo strumenti musicali analogici e hai eliminato effetti digitali. Perché questa scelta stilistica?

A: Ho una passione per gli strumenti vecchiotti, li compro, li smonto, li aggiusto se riesco, è perciò ho a disposizione diversi strumentazione da utilizzare. Mi diverto di più così.

Q: Parlami del singolo, “Quello che”, e della realizzazione del video di cui ho amato in ordine: i boxer a quadretti, l’idea di suonare coi piedi a mollo, lo stile della fotografia vintage e lomografico e l’inquadratura a trittico.

A: Mi piacciono molto i fiumi per questo sono spesso presenti nei miei video.

Q: Il tuo approccio lo-fi (sia esso legato all’estetica o alle tecnologie da te utilizzate) caratterizza il tuo stile ed è tipico di un ambiente artistico sviluppatosi on the road più che nelle aule di un conservatorio o di una scuola d’arte. Che formazione hai avuto?

A: La mia è una formazione da autodidatta però sono un amante dell'hi-fi.

Q: Hai collaborato con lo scrittore torinese Christian Frascella, il quale lavora in un call center, anche io ci ho lavorato per un periodo e penso che, purtroppo, sia tappa obbligata della generazione nata tra gli anni ‘70 e gli ’80, simbolo della precarietà esistenziale (ancor prima che lavorativa) e delle occasioni perse dalla società in cui viviamo. Nonostante ciò, credo che sia un luogo ricco di energia perché pieno di ragazzi molto giovani che non sono stati ancora travolti dal nostro cinismo e che non sono così disillusi. Tu cosa ne pensi?

A: Penso che proprio per questi motivi possa essere un buon posto per guardarsi attorno e trovare stimoli interessanti.

Q: Eccoci in dirittura d’arrivo, (e qui il menestrello torinese tirò un sospiro di sollievo) solo una curiosità. Ho letto che il tuo film preferito è “L’uomo in più” di Paolo Sorrentino, autore per il quale nutro una forte passione. Qual è la prima cosa che ti viene in mente pensando ad una pellicola dell’autore napoletano?

A: Il monologo finale di Tony Pisapia. Un saluto a “toro scatenato”. “Io ho sempre amato la libertà, io sono un uomo libero” (cit. da “L’uomo in più” di Paolo Sorrentino).

Queste sono le ultime parole del suddetto monologo e mi pare definiscano bene Vittorio Cane.

Katiuscia Pompili (24 febbraio 2012)




 ^ Corriere Mercantile

Vittorio Cane: «
Mi piace fantasticare sulle vite che si celano neiPalazzi”».
L'artista questa sera al Cä du Drïa in vico della Neve presenta il nuovo disco.
«
Sono un precario, un lavacd».

Personaggio strambo, Vittorio Cane. E non solo per via delle sue canzoni o per quel rapporto, un po' controverso coi nomi, che attanaglia la sua famiglia da almeno due generazioni. «
Il mio vero nome è Claudio, e anche mio padre si chiama Claudio, ma non è il suo vero nome». Di vero, nella storia dell'artista torinese, c'è la musica, che lui interpreta come una passione (precaria) da portare in giro per l'Italia. Questa sera (alle ore 19) farà tappa a Genova, al Cä du Drïa in vico della Neve, col suo nuovo disco “Palazzi”.

Q: Partiamo proprio dal CD. Perché questo titolo?

A: Perché mi piacciono i palazzi, soprattutto quelli grossi e squadrati. Non ci abiterei, però mi piace vederli, mi affascinano senza motivo. E poi i palazzi sono belli perché celano le nostre vite, ed è divertente fantasticare sulle esistenze di chi li abita.

Q: Nelle foto che accompagnano il CD, però, i palazzi sono solo un contorno, mentre incuriosisce vederla fare il lavavetri.

A: Il lavavetri fa parte del nostro tempo, incarna perfettamente la figura del precario per eccellenza. Io potrei definirmi un lavacd: non pulisco i vetri delle auto per campare, ma ogni giorno lotto anch'io per arrivare a fine mese. Vivere di musica non è facile, significa lavorare alla giornata.

Q: Già Rino Gaetano, decenni fa, parlava di precariato. A lei piace Rino Gaetano?

A: Spesso mi accomunano a lui, ma io preferisoc gli accostamenti a Lucio Battisti. Comunque parliamo di due mostri sacri della musica italiana, quindi chiunque veda nella mia musica qualcosa di loro, non può che farmi un complimento.

Q: Nella vita d'artista lei è Vittorio Cane, ma non è il suo vero nome, giusto?

A: Sì, mi chiamo Claudio Cosimato.

Q: Gli amici come la chiamano?

A: Per tutti sono Vittorio. Oppure Cane.

Q: Come mai questo nome d'arte?

A: Vittorio è un riferimento al re della nostra storia, e Cane in antitesi al re. Insomma, il punto più alto e il punto più basso in un nome e cognome.

Q: Nella sua famiglia non è l'unico ad avere adottato un nome d'arte. È vero che anche suo padre ha “bisticciato” con l'anagrafe?

A: Mio padre a 20 ha cambiato nome da Michele a Claudio, perché gli amici gli avevano affibiato questo nomignolo, e poi a 60 ha deciso di richiamarsi Michele. Io sono cresciuto in una casa con due Claudio, e le sembrerà strano, ma mia mamma ormai chiama mio padre Claudio, anche adesso che ha ricambiato nome. Potere dell'abitudine.

Q: Magari anche lei fra qualche anno tornerà ad essere Claudio.

A: Boh, chissà, per adesso sono Vittorio.

Q: Restando in tema di curiosità, il suo concerto arriva ad appena sei giorni dall'esibizione genovese di un altro cane, cioè l'artista Iosonouncane, e in mezzo c'è stata pure la Mostra felina a Genova. C'è un significato in tutto questo?

A: Significa che Genova è una città che favorisce le coincidenze, mi pare ovvio.

Q: Lei crede nelle coincidenze?

A: Ho un rapporto strano con esse, o forse estremamente normale: quando mi succede qualcosa di bello vado a cercare le coincidenze capitate. Ma forse lo fanno tutti, no?

Q: Di Genova cosa?

A: So che è misteriosa, stretta. So che si nasconde un pochino agli estranei. Ha qualcosa di Torino, pur avendo una personalità tutta sua. La trovo nell'insieme molto interessante.

Q: Lo dice perché deve venire a suonare a Genova?

A: No, no - sorride -, lo dico davvero.

Q: Cosa proporrà al pubblico genovese?

A: Il nuovo disco, più qualche cavallo di battaglia. Sul palco cerco di divertirmi, perché se mi diverto io, poi si diverte anche il pubblico. Quindi divertiamoci tutti assieme, così ci divertiamo tutti.

Francesco Casuscelli (15 dicembre 2011)



 ^ KULT Underground

Q: Ciao Vittorio. Perché Vittorio Cane e non Claudio Cosimato?

A: Vittorio in stile di re torinese, Vittorio Emanuele, anche se non sono monarchico, Cane come contrapposizione. Ma soprattutto perché mi fa andare indietro nel tempo.

Q: Sui cantautori a Torino, la rivista
Rumore, a proposito della compilation Torino Sistema Solare. San Salvario: da mezzanotte alle quattro ha scritto che Sono tra noi, sono i cantautori marziani torinesi, rappresentanti di una scuola senza eguali, oggi, nel Belpaese. E di te: «Un artista proveniente da una Torino obliqua, sotterranea, visionaria e cantautoriale. E dietro di lui si muove un'interessantissima scena subalpina di chansonniers licantropi. Ti piacciono queste definizioni e cosa ne pensi? È arrivato forse il momento di parlare anche di una qualche scuola torinese?

A: A volte le definizioni fanno un po' ridere, comunque mi piaciono. La scuola torinese forse esiste.

Q: Una domanda sull'amore per la musica e sulla funzione della musica nella tua vita. Una volta hai cantato
E c'è la musica che mi salva, che mi allontana che mi emoziona, e c'è la musica la mia padrona, mi allatta mi rasserena. Come e perché hai cominciato a scrivere canzoni?

A: Per caso, da ragazzino ho imparato a suonare la chitarra, perché il calcio mi aveva stufato e la musica stupito, così ho cominciato a scrivere canzoni. La prima che ricordo si intitolava Lamiera.

Q:
Quello che è il singolo che anticipa l'uscita del CD. Anzitutto mi incuriosisce, in un tempo in cui non ci sono quasi più giradischi nelle case, il fatto che si stia ricominciando a stampare dei 45 giri 7 pollici in vinile (lo ha di recente fatto anche Alessandro Ristori e i suoi Portofinos). Come e perché è nata questa decisione?

A: Purtroppo per un problema tecnico il 45 giri non è stato possibile stamparlo, ma l'idea mi piaceva perché ho sempre trovato irresistibili quei dischetti lì.

Q: Quando elabori un testo, cosa determina o come descriveresti la tua poetica? Quali scrittori e poeti o libri, inoltre, sono stati fondamentali nella tua formazione (nel senso umanamente più ampio)?

A: John Fante su tutti. Mi è piaciuto molto il libro che ha scritto Sorrentino. Ora sto leggendo l'ultimo di Frascella, dopo i primi due, sempre molto belli. Mi piacciono le storie che riesco a capire e sento vicine.

Q: E per quanto riguarda la tua formazione musicale?

A: Autoditatta in tutto. Ascolto la musica italiana anni '60/'70, il soul americano, i primi bluesmen.

Q: Com'è nata la collaborazione con lo scrittore Christian Frascella in
Sto bene?

A: Ci siamo conosciuti artisticamente, quando abbiamo fatto una serata assieme al Circolo dei lettori di Torino. A me il suo libro, a lui il mio CD, dopo qualche mese mi ha mandato una mail con un testo in allegato, chiedendomi se mi sarebbe piaciuto musicarlo, così è nata Sto bene.

Q: Cosa hai provato ad aprire il concerto di Nick Cave al Traffic?

A: Tensione e felicità per il fatto che era una cosa molto importante.

Q: Prendiamo come spunto un'altra recensione che ti riguarda:
Una voce inconfondibile, volutamente sgangherata, che canta storie surreali e fa venire in mente Rino Gaetano (ma anche il malinconico e rabbioso Piero Ciampi). Il canto ha ancora oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male, così diceva De André. Per te, cos'è la voce, il canto?

A: Scrivere allontana i pensieri anzi li trasforma, è una buona cura. Il cantare una conseguenza.

Q: Per salutarci, ci regali una delle tue poesie inedite pubblicate nel libro
Tre tempi?

A: Il cane bianco. Una lucertola sul muro, sono buono te lo giuro, 4 galline bianche, tutte per un gallo nero, da qua sopra vedo, un silenzio tutto verde, scendo in basso, mi sorride il cane bianco.

Q: Ci sono da segnalare altri concerti dopo quello di presentazione all'Hiroshima Mon Amour del 25 novembre? Chi ti accompagnerà?

A: Delle date se ne sta occupando una nuova agenzia torinese, AncheNo. Ci sarà una presentazione alla Fnac, poi a Bra e Bologna. Ma il vero tour inizierà a gennaio. Dove potrò, andrò con la band composta da Deian all'organo elettrico, Luca Mignacca alla batteria e il nuovo acquisto Cato al basso.

Q: 2005, 2008, 2011. Un fatto casuale per cui non dovremo aspettare fino al 2014 un tuo nuovo disco? Ciao e grazie.

A: Eh chissà, quelle cose quando son pronte arrivano. Per ora si è viaggiato al ritmo di tre, per il futuro non lo so.

Davide Riccio (12 ottobre 2011)



 ^ MAT2020

Q: Ho letto che il tuo debutto risale a sei anni fa. Come sei arrivato a quella tappa importante? Quale percorso, scelto od occasionale, ti ha portato sulla via della musica (di impegno)?

A: Ho iniziato a scrivere canzoni attorno ai sedici anni, quando smettevo di giocare a calcio e la musica diventava importante.

Q: Esiste un artista, italiano o straniero, che più ti ha influenzato, un musicista che hai utilizzato come esempio da seguire?

A: Nel 1994 usciva Mellow Gold di Beck, a quel punto ha capito che si poteva fare musica anche da soli.

Q: Quanto c’è della tua terra nelle tue canzoni? Avresti potuto esprimerti allo stesso modo se fossi nato a 1,000 chilometri di distanza?

A: Quello che vedi ti condiziona, e fa sviluppare un mondo parallelo. Non so come cambierebbe il risultato vivendo in un altro posto. Dovrei provare.

Q: Raccontami qualcosa della tua dimensione live. Quanto ti dà e quanto ti sembra dia al tuo pubblico una performance on stage?

A: Si dà e si prende. I concerti mi divertono molto, e se il pubblico si diverte, si sente un buon feeling. I concerti sono la parte del mestiere dove poi vai a divertirti. Come le vacanze ai tempi della scuola. Ho iniziato suonando chitarra e voce, da qualche hanno si è unito Deian Martinelli (di Deian e l'orso glabro), grande campione, che suona l'organo elettrico e canta. Un paio di anni fa è arrivato anche Luca Mignacca che si è presentato col soprannome di "schifo", batterista, cantante e showman di enorme spessore, questa è la band degli ultimi concerti. Ultimo importante acquisto, Gianluca Cato Senatore, musicista con tanta esperienza che potrà portare tanta qualità alla squadra.

Q: Riesci a concepire lo scrivere e proporre musica senza liriche, in ambito cantautorale? La musica priva di testi emoziona?

A: Certo, anche senza testi la musica è Musica, quella classica è un buon esempio. Senza parole diventa una sensazione più astratta.

Q: Che cosa nascondono i
Palazzi delle nostre città? Sono così diversi da quelli del passato?

A: C'è l'uomo del nostro tempo, e solo ognuno di noi può sapere cosa succede a casa sua, nel suo palazzo, che cosa vede dalla finestra, i rumori del vicino, quelli bravi del primo piano o quello che abita più in su che è antipatico. Tante vite nei palazzi.

Q: Proporre la propria musica è oggigiorno frustrante perché spesso non c’è risposta adeguata ai sacrifici che si compiono. Pensi che sarebbe stato più facile dare visibilità alla tua musica 30, 40 anni fa?

A: Sarebbe stato bello andare a fare dei provini, e affrontare delle trafile diverse. Ora sì, c'è tanta confusione, ma puoi fare quello che vuoi e come vuoi.

Q: Mi dai una tua definizione di “stato di felicità” applicato al tuo ruolo di cantautore?

A: Penso che la felicità sia una forma di stupidità, che quando se ne va sei di nuovo triste o normale. Avere degli amici, innamorarsi, cambiare casa, cambiare abitudini, il nuovo, la soddisfazione, avere qualcosa da fare con piacere.

Q: Che giudizio dai di internet relativamente al tuo “mestiere” di musicista?

A: Ottimo, ha cambiato e migliorato tutti i mestieri.

Q: Descrivi un sogno musicale che vorresti realizzare entro tre anni.

A: Quello più grande è cantare con una grande orchestra. L'altro è imparare bene l'inglese, e andare a “lavorare” via dall'Italia. Poi ci tornerei comunque volentieri.

Athos Enrile (3 ottobre 2011)



 ^ Newsic

Non è facile intervistare via Skype un artista. Vittorio ha fatto sembrare questa “chiacchierata” come uno di quei rituali abituali tra amici che si conoscono da tempo. Il 21 ottobre uscirà “
Palazzi”. Terza fatica per l’artista che proviene dalla scuola di Torino.

Q: Eccoti, se vuoi iniziamo.

A: Sì ok. Ciao.

Q: Allora, tre anni di distanza tra un disco e l´altro. Scelta casuale, obbligata, scaramantica, dovuta? E perché?

A: Casuale, il tempo di organizzarmi, scegliere i brani e arrangiarli. Ma son contento della ripetizione del tre”, “la combinazione dei tre elementi”.

Q: Io ci vedevo già una strana scelta astrale. Come nasce Palazzi”? Tre anni implicano un gran lavoro di affinamento e non solo.

A: Tre anni son tanti, avrei potuto farlo in un anno, ma il tempo vola, poi ci sono altri impegni, anche se non grossi. Palazzi” nasce da una scelta di brani, poi, essendo io stesso ad arrangiare i brani, mi trovo di fronte a scelte che a volte sembrano facili, ma poi si ascoltano i brani, si modificano, vengono musicisti a suonare, ecc. ecc., e il tempo se ne va. Scusa gli eventuali errori, ne faccio tanti.

Q: Mi prendo la licenza eventualmente di correggerli. Fuori da ogni schema eppure profondamente pop”. Chi è Vittorio? È quello che esce in Quello che”? E come mai la scelta di questo come primo singolo?

A: Chi sono, domanda psicanalitica. Uno che non cresce e vuole ancora fare nel senso di vivere e non fermarsi, con i classici su e giù del morale. Quello che” è il primo singolo perché a settembre c´ e ancora il ricordo del mare, e, questo brano, mi ricorda quelle cose li, il mare appunto, le vacanze finite, il ricordo di quel primo amore universale.

Q: Come è nata la collaborazione con Christian Frascella?

A: Ci hanno invitato entrambi ad una rassegna dove affiancavano un musicista ad uno scrittore, mi hanno dato il suo libro e a lui il mio CD, ci siamo piaciuti e, dopo un po’, mi ha mandato un testo chiedendomi se volevo musicarlo, ho cambiato qualche parola ed è nato il brano.

Q: Se potessi descrivere questo lavoro in tre parole?

A: Eh, non ci riesco, son tre.

Q: Potrei suggerire (anzi in questo caso passarti il bigino) di quello che viene in mente a me?

A: Mi piace l'idea, difatti mi incuriosisce, prendo il bigino.

Q: Umorale, malinconico realista e romantico. Una l’abboniamo. Quanto c´è di queste tre?

A: Mi piace. Ci siamo, difatti rispetto agli altri è più malinconico, però toglierei malinconico. Ora tocca a te?”

Q: Autunnale, sensibile-attento, romantico.

A: Sempre bene.

Q: Sta diventando il gioco delle parole. Quindi il 25 novembre all'Hiroshima porti tutto questo?

A: Si presenta lì, sarà una bella serata. Dal vivo siamo migliorati tanto, oltre ai magnifici Deian e Schifo, rispettivamente organo elettrico e batteria, si è aggiunto un bassista (Cato) e siamo molto contenti, per l´occasione, giocando in casa, ci saranno anche una tromba e un sax.

Q: Quanto c´è di Torino in quello che scrivi, suoni, arrangi?

A: Tanto perché è quello che vedo, fossi in campagna non vedrei i Palazzi”, ma a volte ci vado perché i miei ci abitano. Fossi a Milano i palazzi li vedrei lo stesso, ma forse qualcosa cambierebbe.

Q: Tipo, stesso cielo ma scuola diversa da cui attingere?

A: Cielo simile, da qui si vedono le montagne, da Milano non so. Qui ho diversi amici che suonano con me, sento delle cose. Qui non è una metropoli, è una cittadona, con molte cose interessanti e nascoste, un posto tranquillo dove lavorare.

Q: Sono per metà torinese e mi ci vedo in queste immagini. Ultimissima domanda poi non ti tedio più. Perché dovrebbero comprare il tuo disco?

A: Vorrei comprarmi un palazzo tutto per me. A parte ciò, mi sembra un bel disco, ma non tocca a me giudicare, allora aspetto il responso di altri che giudicherrano.

Forse dovrei dirvelo io il perché comprare “
Palazzi”, ma sarebbe scontato. Diciamo che è quel sapore di cioccolata calda di una volta (quella amara per intenderci), a cui ci aggiungi una punta di peperoncino per creare l’elemento inaspettato. Un sapore di casa, con quella maturità in più che tre anni ti caricano addosso e che rendono il tutto gradevole al palato.

Elena Rebecca Odelli



 ^ Radio NUNC

Q: Partiamo dall'ABC di un'intervista. Il nome. Ti chiami Claudio.
Alias Vittorio Cane. Ci racconti la storia di questa scelta?

A: Una volta ero un Cane che si chiamava Vittorio che era un re e viveva a Torino. Sembra un rebus, in realtà l'accostamento dei due termini è l'antitesi, tra il Cane che sta in basso e il re Vittorio che sta in alto.

Q: I paragoni che si fanno di te sulle interviste vanno da Vasco Rossi a Rino Gaetano. Sonorità pop ma atmosfere che vengono descritte come “storte, oniriche”. Ma Claudio cosa pensa di Vittorio Cane?

A: Pensavo mi paragonassero a qualche crooner. Claudio è da un po' che non c'è, e se c'è è perché qualcuno mi deve rimproverare o parlare seriamente. Preferisco Vittorio, è dal 2005 che ho cambiato nome. Il nome te lo danno i tuoi genitori, e Claudio comunque è un bel nome. Pensa che anche mio padre a 20 anni ha cambiato nome da Michele a Claudio, e poi a 60 ha deciso di richiamarsi Michele. Penso di fare canzoni pop che con la mia voce diventano un po' storte come si dice in giro.

Q: Hai aperto il concerto di Nick Cave a Torino, nel 2009. Dacci un po' di impressioni a freddo.

A: Nick Cave è una grande star, l'ho visto mentre si esibiva da molto vicino e sono rimasto colpito, ma non è un artista che seguo. Comunque è stato molto bello partecipare a quella cosa.

Q: In un clima di tagli alla cultura, alla musica, e quello che si definisce generalmente un periodo di vacche magre per la cultura in Italia, c'è un grande fermento nella scena indie, e il nascere di locali dove fare musica (finalmente). Come valuti e come ti muovi in questa situazione?

A: È una situazione molto interessante dove tutti possono fare a dire la propria, come succede ogni giorno sui social network. Ma questo non è sempre un'aspetto positivo. È solo un bene che nascano nuovi locali dove far suonare, sarebbe bello tornare all'epoca dove i gruppi erano da tutte le parti dalle balere degli anni '60 alle discoteche di fine '70.

Q: Buffo che anche un altro giovane musicista della scena indipendente italiana abbia un nome che richiama il migliore amico dell'uomo (mi riferisco a Iosonouncane). Nonostante tutto, a fare i musicisti si è ancora randagi?

A: Fare musica è una scelta che ti porta ad altre scelte, sacrifichi delle cose, di conseguenza si è randagi e si vive di scelte giornaliere senza certezze. Nonostante tutto questo è divertente.

Q: Siamo in un periodo dove non c'è più molta differenza tra “giovani” e “vecchi”, nel senso di “essere giovani” ed “essere vecchi”. Fa bene alla musica e all'essere musicisti?

A: Gli artisti, dai cantanti, ai registi, ai pittori, sono molto spesso considerati giovani. Questo è un mistero. Spesso girare attorno alla musica o ti uccide o ti fa restare “giovane” per sempre.

Q: Nelle tue canzoni si parla anche di una quotidianità descritta con semplicità, con particolari e con atmosfere quasi nostalgiche, dei momenti amarcord con i vecchi amici del liceo. Anche tu da piccolo collezionavi le sorpresine dell'ovino Kinder (questa è bella eh!)?

A: Partendo dall'uovo, buona la cioccolata, ma molto spesso le sorprese non erano all'altezza. Perciò niente collezione. Scrivo canzoni che parlano di ciò che vedo, e molto spesso è normale quotidianità. Capita a volte che mi ritrovo a descrivere qualche sensazione che mi riporta all'infanzia, ma più per la musica che per le parole, del liceo ho cancellato quasi tutto.



 ^ Intervista

Q: Chi è Vittorio Cane?
A: Vittorio Cane è un personaggio di fantasia, difatti il mio nome vero è Claudio Cosimato, e con un alter ego puoi andare lontano. Staccandoti da quello che sei veramente, anche se alla fine son sempre lo stesso.

Q: Quanto è stato difficile emergere nel panorama musicale?
A: Il primo disco è del 2005 e per fortuna è stato notato, così poi è arrivato “
Secondo” nel 2008 e ora “Palazzi”, anche se non sono ancora arrivato. Bisognerebbe raggiungere la promozione quest'anno per passare in serie A. Ora ho la fortuna di avere una bella band e possiamo esprimerci al meglio.

Q: Hai dovuto sentirti dire tanti “no”, prima di essere notato da una casa discografica?
A: Ho avuto un sì, e non ho più cercato.

Q: Qual è la persona che c’è dietro il personaggio di Vittorio Cane?
A: Quello che si ascolta nelle canzoni. Vivo alla giornata e fatico ad arrivare all'affitto, che ogni mese si presenta. Ma nonostante questo son contento perché son libero da impegni e questa è la cosa più importante. Poi arriva sempre qualcosa a salvarmi.

Q: La tua famiglia ti ha sempre appoggiato nelle tue scelte?
A: Diciamo che si son rassegnati, dopo un po'. Ma mi hanno sempre lasciato la libertà di provare a fare ciò che volevo, e di sicuro non era un lavoro “normale”. Dopo col primo disco si sono appassionati alle canzoni e hanno cominciato a chiamarmi “Cane” e a canticchiare le canzoni. Gli devo molto.

Q: Chi è la persona che conta di più nella tua vita?
A: Domanda complicata, dipende dal momento. Ora non saprei, voglio bene alle persone più vicine.

Q: Come ti vedi tra dieci anni?
A: Bene, l'importante e continuare ad avere voglia ed entusiasmo.

Q: ome vivi la quotidianità?
A: In totale libertà, sono abituato da tempo a trovare il modo di passare la giornata creandomi degli impegni, che possono portare a qualcosa di concreto, cole le soddisfazioni e qualche soldo. Diventano importanti le cose più normali come lavare i piatti e mettere in ordine, per poi suonare un po' il piano. E magari uscire un po' a vedere che succede fuori.

Q: Quale è la canzone che più ti rappresenta? E perché?
A: “
Quello che” il primo singolo di “Palazzi”, puoi essere quello che vuoi ma fai quello che puoi, dall'alto si può vedere la vita che avanza e torna indietro coi pensieri. L'amicizia e l'amore che si scoprono all'inizio, quando cominci a pensare “ora ho dieci anni e non sono più un bambino”. Anche “Ci proverò” dove è venuto fuori una specie di inno a provare a fare quello che ti va di più senza seguire i soliti schemi che peraltro ultimamente stanno saltando.

Q: C’è qualche artista a cui ti ispiri maggiormente?
A: Nessuno, ma stimo molti artisti come ad esempio Conte, Tenco, Endrigo, Ciampi e Battiato, tra gli stranieri il
sound di Sam Cooke e Otis Redding. Tutta roba vecchia.

Q: Nella tua vita privata, quali sono i tuoi punti di riferimento?
A: La casa, le passeggiate, gli amici e il pianoforte, che è arrivato da poco.

Q: E in quella professionale?
A: Le stesse cose della vita privata più l'organizzazione e l'editore ormai amico Govind Khurana.

Q: Quali sono i valori che non hai mai messo in discussione?
A: L'etica, il giusto e lo sbagliato. Che può essere comunque relativo.

Q: Quale è l’aspetto della vita che prendi sul serio?
A: Mi piace non prenderla troppo sul serio, e pensare a stare bene, perchè finita questa finisce il gioco. Il rispetto penso che sia una delle cose più importanti.

Botta e risposta

Q: Prima di partire per un lungo viaggio?
A: Valigia e spegnere il boiler.

Q: Mare o montagna?
A: Due belle invenzioni. Ma vince il mare.

Q: Pensieri o parole?
A: I primi.

Q: “
Volere è potere”, quanto sei d’accordo con questa frase?
A: Non sempre applicabile, ma giusta.

Q: Supereroe preferito.
A: Nessuno.

Q: Ti guardi allo specchio e….
A: Mi lavo i denti.

Q: Cosa canti sotto la doccia?
A:
Nel blu dipinto di blu.

Q: Il primo proverbio che ti viene in mente.
A: “Chi vive sperando muore cantando”.

Q: Film preferito.
A:
L'uomo in più.

Q: La collezione.
A: Ho la passione per tastiere e radio degli anni '70.





© Vittorio Cane ®
(2005-2018)

info@vittoriocane.com
www.vittoriocane.com

(P)&(C)
Tutti i diritti riservati



Risoluzione ottimale: 1024x768px.